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VERSO SUD

Un racconto epistolare

Un viaggio nelle Americhe.

Sei mesi di evasione.

"Allontanati dalla patria in cerca di benessere. Intraprendi il viaggio, dato che questo tiene cinque vantaggi: Dissipa le preoccupazioni, facilita il guadagnarsi da vivere, aumenta l'istruzione, accresce la cultura e da nobile compagnia. Si dice che i viaggi richiedono fatica e lavoro, rompono i vincoli e causano grandi molestie. Tuttavia anche la morte è migliore che vivere in una casa disprezzabile, tra calunniatori e invidiosi". La mille e una notte, notti 930-940, La Storia di Abu Quir e Abu Sir.
 
Sono passati quasi quattro anni da quel giorno di novembre del 2003. Sulle mani un biglietto di sola andata per Miami, sulle spalle uno zaino dal peso di 15Kg. Mettevo i piedi su quell'aereo e mi lasciavo alle spalle tutto: lavoro, fidanzata, cose e persone che per venticinque anni (un quarto di secolo!) avevo collezionato come figurine. Davanti a me soltanto incognite, nessuna prenotazione, nessuna aspettativa; come unica certezza i sei mesi a disposizione per raggiungere Rio de Janeiro, da dove sarei dovuto ripartire nel maggio del 2004.
 
I luoghi sono come le persone, evolvono e cambiano nel tempo; e se è vero che nello stesso momento ogni persona vede il mondo in modo diverso, allora ogni viaggio è una faccenda a sè, un qualcosa di unico che nasce, cresce e svanisce nel ricordo di chi lo ha intrapreso. Sono passati quasi quasi quattro anni da quel mio viaggio di maturazione nelle Americhe del Sud. E forse un po' per nostalgia, un po' per tenere viva la fiammella del ricordo, ho deciso di ripercorrerlo attraverso le lettere di quei mesi. Le pubblicherò periodicamente sulle pagine di questo blog: vi aspetto.
 
Hasta luego,
Lorenzo


Aggiornamento del 08/06/2007 URL aggiornamento
8/11/2003, MIAMI, FLORIDA (USA). ORE: 21.14
Scrivo da un appartamento di Miami, una di quelle case-fortezza costruite per far fronte alla delinquenza della provincia che sembra avere il tasso di omicidi più alto degli Stati Uniti: ci pensavo ieri pomeriggio, passando davanti a quella che fu la casa di Versace. Io comunque sono vivo, e ho appena terminato la prima settimana del mio viaggio; anche se in realtà, il mio vero viaggio deve ancora cominciare. Quando? Domani mattina ho un volo per il Messico e poi da li più niente, dovrò solo cercare di arrivare a Cuba in qualche modo, anche se stare qui è un po’ come esserci già: il 65% della popolazione di Miami è di nazionalità cubana, i clandestini se la fanno a nuoto, e appena toccano la riva ZAC! sono liberi. Non deve poi stupire che anche la versione americana di Otranto sia stata spettacolarizzata: è possibile godersi lo show guardando i clandestini nuotare, quasi morire, il tutto dalla poltrona del salotto, mentre loro salutano le telecamere di tanto in tanto.

La TV è un must, niente di nuovo: a volte penso che gli americani vivano per il cibo, i soldi, la birra, e la TV. La casa dove alloggio ha una TV più grande delle finestre. Ah già, la casa dove alloggio: la sorella del mio amico Americano, e suo marito. Lei trentenne, momentaneamente disoccupata, lui ex Skater professionista e attualmente ingegnere informatico. Lavora da casa con il suo PC, otto ore, e tra un programma e l'altro si lancia nella piscina del residence fortezza o si fa un giretto con il suo skateboard. Si, piscina in casa. E la temperatura media lo permette, davvero: 365 giorni all'anno, sempre 25 gradi... non male... Si chiama temperatura tropicale? Fosse questo il nome ci si adatterebbe pure, visto che neanche la vegetazione manca.

Sarà forse per questo piacevole tepore continuo che abbiamo deciso di investire questa settimana all'insegna del mare: prima tappa, crociera di sette giorni sul mar dei caraibi. La nave, fabbricata nei cantieri di Helsinki, trasporta 2500 passeggeri e 1000 membri dell'equipaggio. I passeggeri sono tutti grassoni americani vogliosi di spendere i loro dollari in alcool e varie oscenità - il cibo è incluso nel prezzo, ma tutto ciò che è liquido, a parte alcuni derivati potabili dell'urina, è a pagamento-, mentre i membri dell'equipaggio sono tutti –tutti- stranieri, i quali si dilettano in improbabili show e balletti nei momenti meno opportuni, il tutto per soddisfare i gusti - ancora più improbabili - dei passeggeri. Passeggeri che, nelle due fermate della nave (Key West e Cozumel, Messico) non aspettavano altro che farsi spennare da un'economia che fiorisce soltanto grazie a danarosi turisti senza gusto. Key West, per lo meno, offre un tocco di cultura: la casa di Hemingway, per quanto l'ingresso sia improponibilmente alto (come tutte le strutture turistiche statunitensi) , almeno è visitabile. Cozumel invece, paradiso dell'immersione, vive esclusivamente sullo spillamento del turista: belle spiaggie, spettacolini esilaranti, e tanta tanta fame di denaro.

Seconda parte del piano: al ritorno dalla crociera visitina a Miami South Beach, il paradiso del denaro, uno dei posti più “cool” di tutti gli Stati Uniti. Effettivamente non è male: spiagge chilometriche, un sacco di gente, tonnellate di bar, e tanta voglia di festeggiare. Talmente tanta, che siamo stati noi stessi coinvolti a tal punto da non voler più tornare a casa. Tuttavia il ritorno era obbligato: le distanze sono talmente enormi che è facile passare un'ora e mezza in macchina solo per arrivare da una parte all'altra della città, e non a causa di ingorghi, ma proprio perché... la strada è lunga! E comunque il traffico non manca: i trasporti pubblici quasi non esistono, tutti guidano la macchina: e che macchina! La più piccola è un nostro autobus: le SUV sono all'ordine del giorno, e nonostante gli stessi americani le critichino, continuano a comprarle –chissà perchè... E a proposito di distanze, domani si parte per il Messico, e poi Cuba. Non vedo l'ora di fumarmi un bel sigaro cubano, che qui negli USA è terribilmente e tristemente introvabile.

Aggiornamento del 14/06/2007 URL aggiornamento
21/11/2003 LA HAVANA, CUBA. ORE 20.15
Due settimane cubane alle spalle, uno spagnolo che comincia a prendere forma tra una parola italiana e l'altra, e un inverno che ha riportato temperature fredde sulla media stagionale, anzi freddissime: 20 gradi celsius. Per fare pochi chilometri ci vogliono due voli: Miami Cancun, Cancun Havana. La burocrazia comunista si vede già nell'aereoporto messicano, dove file interminabili e procedure improbabili aspettano il viaggiatore confuso: poi tutti a bordo, e dopo la bufera più grande che avessi mai vissuto “dall’alto”, nell'aereo più scassato sul quale abbia mai avuto il piacere di volare, per la teoria che le sfighe non vengono mai da sole, atterriamo a La Havana. Ah... La Havana! La città che visse alterne fortune: fu la valvola di sfogo dell'America bene degli anni 50, dimora di milionari nonchè meta preferita di Hemingway, che amava soggiornarvi per lunghi periodi, scrivendo e sorseggiando Margarita. Dopo la Rivoluzione di milionari non ce ne sono più, in compenso è rimasta l'atmosfera: tutto sembra essersi fermato negli anni ‘50, le macchine sono proprio tutte come nelle cartoline (Buick, Dodge, Cadillac, e quant'altro) , gli edifici sono rimasti uguali, con la loro eleganza già decadente all’epoca. In realtà, il tempo è passato, e le tracce del logorio, delle guerre, della sofferenza, sono ben visibili già ad un primo fugace sguardo.

"I cubani non si stancano mai", mi urla tra la folla del carnevale la moglie di Louis, uno dei tanti chicos che ho incontrato per le strade della capitale. "Questo carnevale doveva avere luogo il primo luglio, ma siccome una scuola era in riparazione è stato spostato a Novembre." La connessione tra carnevale e scuola? "Beh, non ne ho la più pallida idea, ma il Comandante ha deciso così". Il Comandante, Fidel Castro, la persona più nominata e più temuta di tutta Cuba. La sua effigie è veramente onnipresente, insieme a quella del Che, che tappezza non solo ogni angolo della strada, ma anche ogni tipo di cianfrusaglia da turista. La rivoluzione vive nella sua venerabile barba, nei suoi occhi da saggio che la sa lunga, ed è solo grazie alla personalità di quest'uomo che Cuba continua ad essere quello che è - un contrasto che vive. Che Guevara ha dato impeto al movimento, la sua morte in Bolivia per mano americana ha fatto di un bravo comandante di uomini un martire, un eroe, ed ha paradossalmente contribuito a dar nuova linfa vitale alla rivoluzione, che come ogni cambiamento ha bisogno dei suoi miti per sopravvivere. Ma è Castro la vera macchina che muove le fila, lui e tutto il suo entourage di fedelissimi: questo manipolo di uomini ha saputo costruire l'unico sistema pienamente socialista, Corea del Nord a parte, che ancora sopravvive allo scatafascio del comunismo. Come? Bene e Male. Bene? Si, bene: nessuno muore di fame. Ogni cubano ha il proprio libretto degli alimenti, che gli permette di avere un accesso al super-economico mercato sociale. Ma c'è un problema. Il mercato sociale copre con qualità scadente i bisogni primari, e per tutto il resto bisogna andare nei negozi "in divisa", ossia in dollari americani (che qui hanno corso legale insieme al Peso) , con un prezzo medio del tutto paragonabile ai prezzi medi europei. Ora, il cubano medio guadagna 250 Pesos mensili, che sono abbastanza per cibarsi nel mercato sociale, ma niente di più: quanto vale questa cifra? 10 Dollari. Il cubano medio guadagna 10 dollari al mese, ed è solo ora che la contraddizione diventa chiara: prezzi europei, guadagni da terzo mondo. E allora, domanda scontata, come fa un cubano a vestirsi, a comprare libri, a bersi una birra... insomma, come fa un cubano a vivere? "È la domanda del secolo" mi hanno risposto "il cubano ha una dote che lo contraddistingue, e si chiama creatività. Con lo stipendio dello stato si può sopravvivere solo per i primi tre giorni, e poi si da il via alle danze". E le danze sono tra le più disparate: Taxi privati, Case private in affitto, sono tra i servizi più in voga, anche se le tasse sono talmente alte che i guadagni a fine mese sono irrisori. Personalmente ho dormito sempre e solo in case private, e non ho sentito altro che lamentele da parte dei proprietari per l'ammontare delle imposte. Ci sono poi i lavori del mercato grigio: vendita sotto banco di sigari rubati, intermediazione clandestina di case, ristoranti improvvisati in sale da pranzo, e... mercato della carne. Ho incontrato madri che volevano vendere la propria figlia, ho incontrato figlie che volevano vendere le proprie madri, cose da rabbrividire: per quanto illegale e perseguita, la prostituzione è effettivamente una piaga, e l'orda di turisti del sesso italiani e europei non fa che soffiare su un fuoco già vivido. Jeneteras, le chiamano qui. Comunque, adescatori e prostitute fanno parte dell'illegalità, ma la burocrazia e le leggi insensate sono talmente tante che "perfino l'illegalità è diventata legale", come suggerisce la mia padrona di casa.

Ma tornando alla creatività cubana, questa si basa solo ed esclusivamente sull'industria turistica: se non ci fosse turismo, Cuba non potrebbe essere quello che è. Certo, ha un'industria dello zucchero molto forte, una industria del tabacco altrettanto famosa (il celebre sigaro Cohiba, che in Italia costa circa 20 Euro cadauno, lo si può trovare a 1 dollaro per la strada, basta fare attenzione che non si tratti di una contraffazione da quattro soldi) , per non dimenticare il Rum (Havana Club, El Ron de Cuba) ; tuttavia qui è il turismo che la fa da padrone. E la legalizzazione del dollaro come moneta nazionale non ha fatto che amplificare il divario tra turista e cubano: il turista paga in dollari, è ricco, e va sfruttato. Il cubano paga in Pesos. Due economie che convivono, e che tuttavia hanno provocato una serie di problemi molto mal celati: è più conveniente fare l'adescatore per la strada (il cosiddetto Jenetero, o Calletero) che fare un qualsiasi altro lavoro legale. Castro, legalizzando il dollaro, ha permesso l'afflusso a Cuba di capitali (grazie ai turisti, i quali sono quasi onnipotenti, rispettati dalla polizia, e guardati con invidia dal popolo) , ma ha fatto delle Cubane prostitute, e dei Cubani un esercito di adescatori. È questo, in molta sintesi, il socialismo cubano.

C'è però il lato bello della cosa, ossia tutto ciò che questo mancato sviluppo ha mantenuto intatto: la natura si tocca con mano, il cibo che si mangia nelle case è fresco e genuino, l'agricoltura, ferma alle tecniche del medioevo -buoi con l'aratro, e agricoltore con frusta-, produce i cibi più ricchi e saporiti della terra: certo il clima gentile, 25 gradi medi tutto l'anno, lo permette. Le case generalmente non hanno vetri, solo persiane di legno, e i contadini vivono nel mezzo del nulla coltivando per la propria necessità: ho bevuto, in una campagna nel mezzo del nulla, un caffè che viene seminato, raccolto, seccato, tostato, macinato e preparato tutto all'interno della stessa fattoria a gestione familiare. I trattori sono rari. Cavalli, polli, vacche sono allo stato semibrado. Sono stato in una casa di contadini dove non si vedevano turisti da quattro mesi, e dove la cultura vuole che non si utilizzino medicine di nessun tipo, ma solo acqua corrente pura (sono infatti chiamati la comunità de "Los Acquaticos", e sono dispersi nel mezzo dei monti del nord-ovest cubano) . Ci sono decine di cascate, giungle, complessi sotterranei di grotte, scogliere coralline, è una sorta di piccolo paradiso. E la gente è amabile, tanto all'Havana -la capitale, con traffico, stress, adescatori, luci, rumori e vita-, tanto nelle cittadine coloniali come Trinidad -con architettura spagnola, case colorate, tutti conoscono tutti, i bar sono pieni di vita, e la natura è a quattro passi, o quattro zoccoli visto che tutti vanno a cavallo-; o ancora nelle campagne come Viñales, dove il verde selvaggio si intervalla a mosaico con appezzamenti coltivati alla vecchia maniera, e dove le spiagge del Caribe sono splendide e incontaminate.

Alcuni esempi di gente amabile? Due delle mie padrone di casa mi hanno voluto adottare come "figlioccio Italiano", nonostante abbia passato 10 minuti buoni a tirare sul prezzo; alcuni ragazzi mi hanno reso parte del loro gruppo, e mostrato tutte le abitudini dei giovani del posto; un santone della Santeria, religione cristiano-africana nata a Cuba dopo l'avvento degli schiavi di colore, ha speso tre ore del suo tempo a spiegarmi fino al minimo dettaglio le radici del suo credo. E questi sono veramente solo alcuni esempi, potrei continuare per ore. Ormai l’unica vera paura è che tutto questo sia destinato a scomparire: si dice che McDonald’s abbia già opzionato alcuni edifici de La Havana per impiantarci il seme del capitalismo. Una cosa è certa, quando il comandante morirà, l’incognita è grande, e la vicinanza imponente degli Stati Uniti non può che far temere il peggio.

Aggiornamento del 21/06/2007 URL aggiornamento
6/12/2003 ANTIGUA, GUATEMALA. ORE 17:07
Due settimane passate tra le lande della penisola dello Yucatan, del Chiapas e del Peten (Guatemala del Nord) sono state come un sollievo dall'incredibile atmosfera cubana... non necessariamente migliori, ma sicuramente diverse. Il soggiorno comincia per il meglio, con la perdita di due delle tre carte di credito e di un buon quantitativo di soldi: chi ben comincia... Ma la sfortuna non ha avuto la meglio, e il viaggio continua.

Dopo qualche giorno di viaggio nel Messico del sud e nel Guatemala del nord, appare subito chiaro a tutti chi comanda in queste zone: non sono nè i contadini, nè la polizia, e neanche i guerriglieri... è la giungla. La selva. La giungla fa paura: intrichi di verde, a formare enormi volte dove si trastullano scimmie urlatrici, con i loro latrati spaventosi, e giaguari, volte che vanno a confondersi con le "false volte" maya in rovine, sommerse nella vegetazione insieme ai loro maestosi palazzi – strutture per la maggior parte ancora da scoprire, sepolte sotto radici, foglie, tronchi dalle dimensioni sconcertanti. La giungla seppellisce, sommerce, uccide, ma anche crea, abbellisce e preserva. E quelle misteriose montagne di pietra costruite dall'uomo sono state prima attaccate, sconfitte, e poi come per pietà verso un prigioniero bambino, preservate sotto un manto materno di vegetazione, al sicuro dagli attacchi di altri imprevedibili nemici: il vento, la pioggia, il sole, e l'uomo - il tombarolo, da queste parti, è un mestiere molto redditizio. Oggi l’archeologia e la natura si uniscono in un connubio inseparabile, a formare dei luoghi magici, dove il mito e la leggenda si perdono tra la vegetazione sempreverde della foresta tropicale. Incontriamo così la giungla di Tikal, chilometri di sentieri e templi, tra i più grandi mai costruiti nella storia dell’umanità; la giungla di Palenque, dove edifici dalle mille rifiniture si stagliano su un paesaggio irreale, tra verde, roccia e il blu instancabile del cielo; la giungla di Yaxchilan e Bonampak, dove la vicinanza del fiume la rende più selvaggia e inaccessibile; la giungla di Uxmal e Citchen-Itzà, che dopo aver lottato secoli per crescere cercando l'acqua nei cenote più profondi, è stata abbattuta ad uso e consumo del turista medio americano. C'è poi la giungla di Tulum, che preserva dall'occhio le meraviglie Maya a picco sul Mar del Caribe; e infine la giungla di luoghi dai nomi mitici come El Mirador, El Perù, Uaxactun, luoghi per raggiungere i quali sono necessari giorni di cammino, posti remoti e ancora tutti da scoprire, che per molti anni ancora non saranno toccati dal turismo di massa.

Nemmeno gli agguerriti toltechi-maya di Citchen-Itzà riuscirono a combattere la giungla: le loro maestose e tetre costruzioni sopravvivono ancora, ma non riescono – ancora come ieri - a spaventare l'avanzata del verde. Non i loro scheletri scolpiti sugli altari sacrificali (sui quali venivano esposte teste mozzate e cuori ancora pulsanti) , non i loro Chac-Mool, monumenti di pietra usati per i loro sacrifici più cruenti, non i loro rituali; sembra quasi di riviverli, in contemplazione davanti alla piramide di Chitcen-Itzà, la fanciulla Maya con lo sguardo intimorito, rumori, urla, fuochi, tamburi, il sacerdote si avvicina come intrappolato da una febbre irreale, poi un pugnale che si abbatte su carne innocente, urla, sangue… tanto sangue… il sacerdote le estrae il cuore ancora caldo, lo passa ad uno dei fedeli, i battiti del cuore, il cadavere cade giù dall'enorme e altissima scalinata del tempio, l'atmosfera carica di adrenalina.
Scene del genere dovevano essere all'ordine del giorno. Ebbene, neanche loro sconfissero la giungla, ma fu lei a sconfiggere loro, e il motivo svanisce nella nebbia dei secoli o si arrampica sugli specchi delle ipotesi.

C'è poi il Chiapas, dove la giungla non nasconde solamente templi e tesori, ma anche piccoli paesini di agguerriti contadini indios che dal 1994 lottano per difendere le loro terre, dalla sete di potere dei ricchi latifondisti terrieri, e dagli interessi molteplici delle multinazionali del petrolio –infatti il Messico è uno dei più grandi possessori di oro nero dell'emistero Ovest. Questi contadini, riuniti sotto il nome di Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, e sotto la guida del Subcomandante Marcos, rivendicano diritti di proprietà su alcune delle terre più povere del Messico; la terra ricavata dalla giungla ha infatti un rendimento fortemente decrescente a causa dell’effetto congiunto di pioggia torrenziale e sole cocente, e rimane fertile per un massimo di 3 anni. Questo piccolo stato nello stato, il Chiapas, e questo gruppo di agguerriti contadini dichiaratamente di sinistra è riuscito a cambiare la storia dell’intero paese. Quando infatti nel 1997 un gruppo di paramilitari di destra uccise 45 Zapatisti, in maggioranza donne e bambini, in quello che è ricordato come uno dei più commoventi massacri della storia Messicana, si innescò una serie di reazioni a catena, poi sfociate nell'elezione a primo ministro di un rappresentante dell'opposizione, che per la prima volta dopo 71 anni riuscì a raggiungere il governo. Vincente Fox, il quale dichiarò di poter risolvere la questione Zapatista in 15 minuti, ad oggi non è riuscito a fare molto, avendo infatti sottovalutato il Congresso e la miriade di interessi economici che stanno dietro alla situazione del Chiapas. Lui, però, una piccola battaglia l'ha già vinta: ex executive della Coca-Cola Mexico – “90% immagine, 10% idee”, dicono di lui gli antagonisti – è riuscito a far arrivare questa bevanda letteralmente ovunque, in un mercato sicuramente florido viste le caratteristiche socio-geografiche che incentivano il consumo di bevande in bottiglia; in villaggi sperduti come San Juan Chamula, dove si pratica una sorta di Sincretismo religioso mescolando religione cattolica e ancestrali riti Maya, è addirittura diventata parte del Pantheon divino, visto che il rutto è per gli indios un simbolo di liberazione dagli spiriti maligni. Always Coca-Cola.

Aggiornamento del 29/06/2007 URL aggiornamento
21/12/03, LEON, NICARAGUA. 11:15 AM
L'altro giorno stavo chiacchierando con una tipa tedesca nell'ostello, si discuteva di letteratura e di libri da scambiare (lo scambio di libri è pratica comune tra i viaggiatori) , e alla domanda "Sei una persona che cambia?" non ho dovuto neanche pensarci su. Di fatto, ho risposto, l'essere vivi significa essere in perenne divenire: non esiste nulla come "l'essere" - la vita è cambiamento, e certo, cambio, ma non solo di anno in anno, ma di secondo in secondo. Ogni giorno sono differente, e come me, tutto il mondo che mi circonda. Viaggiare è come passeggiare in un universo in perenne mutamento, sorridere a una realtà che non sta mai ferma, e come tale terribilmente interessante. Viste così due settimane sembrano secoli, si conoscono e si abbandonano amici, si scoprono culture, curiosità, e soprattutto si cresce. Ma due settimane in Guatemala, qui più che altrove, diventano un'esperienza veramente indimenticabile: ho conosciuto gente con "Guatemala" tatuato sul braccio, gente che dopo una visita prevista di 4 giorni si è fermata per 4 anni. Il Guatemala è una terra indimenticabile: vulcani attivi che ti sputano addosso folate di zolfo, città coloniali come Antigua, che vivono e rivivono dopo terremoti e rivoluzioni, rovine imponenti e da sogno come Tikal, il mercato dai mille colori di Chichicastenango, mescole di culture come Livingston (dove neri, bianchi e maya convivono pacificamente) , e un paradiso terrestre come il Lago Altitlan.
Antigua è un piccolo spettacolo, un parco di divertimenti per turisti dove frotte di Europei e Americani, tutti con il sogno Guatemalteco in testa, si radunano per apprendere lo spagnolo; ma Antigua è anche una "città di chiesa" dove "si sente una grande necessità di peccare" (-Asturias) . Un piccolo presepe coloniale, dove la presunta atmosfera di sicurezza viene presto smentita dai cartelli presenti un po’ dappertutto: "NO ARMAS POR FAVOR". Sembra che qui il nostro caro catenaccio d'oro e il pelo villoso in bella vista siano stati sostituiti come simboli di machismo da pistole e fucili a canne mozze, che molti trasportano non curanti nella cintura dei pantaloni, accanto al cellulare. Non ho mai visto una sparatoria, ma pare che in alcuni avamposti di provincia, una sorta di selvaggio West Guatemalteco, queste siano all'ordine del giorno. Il Guatemalteco è simpatico, gentile, e di sangue Maya: carnagione scura, bassetto, e sempre con il sorriso ben stampato in viso. Sono gente allegra, e sono loro a creare quell’atmosfera di magia che si respira nell’aria. A osservarli bene poi, si capisce perché l’aggettivo più comunemente usato per descrivere questa terra è “colorato”. Colori e colori, ognidove, come se tutto d'un tratto il paesaggio si fosse trasformato in un caleidoscopio impazzito: solo sedersi sul lato della strada a guardare, osservare, è forse uno degli spettacoli che nella vita non si possono dimenticare. I colori sono dappertutto, anche nella religione: Maximon, San Simon in spagnolo, è un dio locale rappresentato con una bella sigaretta in bocca, e le cui offerte variano dai sigari locali al ben più gustoso rum –approposito, il rum Zacapa, detto il più buono del mondo, viene proprio dal Guatemala: è uno spettacolo anche per i palati più esigenti. Ebbene, accanto alle "offrendas", giacciono candele dai colori dell'arcobaleno, ognuna accesa con un significato particolare: amore, fortuna, affari, etc.etc.
Sono poi sempre i colori a descrivere l'incredibile atmosfera del Lago Altitlan: le mille tonalità di giallo e arancione delle albe e dei tramonti, i blu dell'acqua cristallina che ti abbaglia mentre ti tuffi dagli scogli, o il bianco della tuta dell'istruttore di Yoga -che tutte le mattine ti insegna la via per conoscere il tuo corpo e te stesso- oppure quello del vapore della sauna, che scioglie via tutte le impurità e ti lascia semistordito sulla riva del lago, a guardarti intorno e guardarti dentro. Un sogno, tanto che i due giorni sono diventati una settimana. Non manca però il lato oscuro della forza: San Pedro, centro hippie da generazioni, è una specie di zona franca, dove sosia di Gandalf si aggirano per le strade vendendo sacconi di Marijuana, dove vecchiette accolgono i viaggiatori della mente nelle loro botteguccie, dispensando coca al posto di farina con tanto di frasi di cortesia tipiche del negozietto sotto casa, dove estenuanti droga party hanno lasciato cadaveri a imputridire in soffitta finchè il tanfo non ha risvegliato l'interesse della polizia, qui peraltro quasi assente. Comunque lo si voglia guardare, il Lago è un posto speciale, che ammalia chi si lascia ammaliare, chi ha voglia e tempo di lasciarsi trasportare dallo spirito di Maximon: dicono che una volta tuffatosi dagli scogli di San Marcos, è difficile andarsene. Sarà un caso, ma è stato proprio dopo quel bagno che ho lasciato da parte tutti i miei piani e ho deciso di fermarmi ancora per un po' in questo piccolo paradiso perduto.
Ma ora sono qui, in Nicaragua, dopo un estenuante viaggio di 15 ore con 5 bus e ZERO turisti (ero convinto di averne visto uno, ma era un locale con la faccia da Gringo) : tutti i bus turistici erano pieni zeppi, e ho deciso di provare la strada dell'economia, con una serie di vantaggi inaspettati. Ad ogni modo in Nicaragua sono arrivato, e qui rimarrò per Natale e Capodanno. Il sole continua a salire tutte le mattine, e bacia tutti quelli che hanno la mente per alzare la testa e sorridere. E con il sole tropicale del meriggio, auguro a tutti un sincero, sincero davvero, augurio di Buon Natale e Buon Anno - ringraziando di cuore chi di voi già ci ha pensato o ci penserà nei prossimi giorni.

Aggiornamento del 09/07/2007 URL aggiornamento
03/01/2004, SAN JOSE, COSTA RICA. ORE 14:01 & SANTA TERESA 14/1/04 ORE 17:45.
Entrare in Costa Rica dal Nicaragua è un po' come entrare in Italia dal Marocco: riscoprire quella familiarità consumistica che accomuna tutti gli occidentali. Per gli ostelli e le posadas ci si ritrova quasi per caso, a sfuggire dalla voragine consumistica e progressista che ci contraddistingue nella vita di tutti i giorni; poi, non appena se ne presenta l'occasione, eccoci tutti qui, a spendere quei quattro dollari, a sentirci a casa mangiando McDonald's e bevendo caffè Starbucks. La frontiera Nicaragua - Costa Rica è un posto divertente: il paese più povero del centro america, con confina con il paese più ricco. In questa striscia di terra di nessuno migliaia di Nicaraguensi fanno la coda per entrare in Costa Rica e guadagnarsi il loro piccolo pezzettino di felicità, mentre i sempre più scortesi ufficiali dell'immigrazione sono li, pronti a bloccare qualsiasi minima imperfezione: sembra di assistere ad una partita di calcio, dove le due squadre si guardano, si soppesano, con negli occhi le ombre di gioie, problemi, pensieri. Quasi tre ore per passare dall'altra parte, e questo per un turista come me, mentre per i “Nicas”, come li chiamano qui, deve essere ben di più; quasi un viaggio della speranza, dove la traversata è di un confine di pochi metri, per loro come un oceano.
Due settimane in Nicaragua passate quasi esclusivamente in famiglia danno un'idea abbastanza chiara di come povertà e ricchezza, alla fine dei conti, non sono elementi tanto distintivi nella ricerca della felicità –sembra la solita ode alla povertà, ma così non è, se non una ode alla ricchezza di spirito. O forse neanche questo, sia quello che sia, comunque a Granada, splendida cittadina sulla riva del Lago Nicaragua, decimo lago più grande del mondo, ho vissuto il Natale più pazzo del mondo. Tutto ha avuto luogo nella casa coloniale dove alloggia la mia famiglia ospite, che per l'occasione ospitava anche una valanga di parenti: ogni giorno ne sbucava fuori uno, da qualche anfratto ancestrale della dimora – ho saputo poi che la padrona di casa ha ben 49 nipoti. Inizio dei festeggiamenti, rigorosamente a base di Rum, Cerveza e musica Salsa, alle ore 18:00. Vado a dormire alle 3:00, lasciando balli frenetici, musica a tutto volume, alcool a fiumi, in una parola: la fiesta! Mi sveglio alle 9:30. Mi alzo, sento una strana musica. Vado in sala e, stupore, eccoli tutti li, ancora svegli a ballare e bere Rum come se la notte non fosse mai finita! Il primo vero Rave party fatto in casa, e senza droghe! Se non è felicità questa!
Tuttavia niente ubriacatura. Per quella ho dovuto aspettare il 31 dicembre 2003, quando, su una spiaggia dell'oceano pacifico (San Juan del Sur, tipica località di vacanza per tutti i Nicas) abbiamo cominciato a "tomar rum" alle 14:30, per terminare soltanto alle 23:45, poco prima dell'anno nuovo, totalmente devastati dai fumi dell'alcohol. Gary, il mio compagno di viaggio inglese, un viaggiatore con tutti i crismi di 37 anni d'età e di cui 13 ininterrotti on the road, ha commentato: "una volta all'anno si può fare" - e ha poi cercato di rubarmi la macchina fotografica per immortalare la mia faccia verde. Verde pisello. Comunque il mare e i suoi tramonti sono veramente spettacolari, qui sull'oceano. E anche i tramonti sul lago non sono niente male. Qualche giorno sull'Isola Ometepe infatti, l’isola d’acqua dolce più grande del mondo, sono un'altra esperienza super rilassante - la gente non fa che sorridere, pur non avendo materialmente nulla per cui sorridere. Il vento soffia forte, tanto che un turista americano che ho conosciuto sta pensando di aprirci un negozio di Kite Surf; i vulcani sono attivi e spettacolari, la natura incontaminata. Un po' come tutti gli altri posti qui intorno, dove per fortuna la mano dell'uomo è arrivata solo fino ad un certo punto, lasciando la natura seguire il suo corso.
Ma se c’è un paese, non solo in America ma al mondo, che più ha posto attenzione sulla conservazione del territorio e della sua natura è proprio il Costa Rica. In questo staterello dell’America Centrale la gente si saluta così: “Pura Vida”. E’ proprio come un “ciao” o un “arrivederci”, ma in più si porta dietro tutta la cultura di un paese, che fa della “Pura Vida” la base di tutte le politiche e di tutti i credo. Ora comprendo un po' meglio perchè tanti italiani si trasferiscono qui, perchè tanti gringo bazzicano queste zone, e perchè è di diritto la nazione più ricca di tutta l'America Centrale. Dopo solo due settimane, ho compreso. Ho visto uno degli uccelli più rari del mondo, il Quetzal, passeggiando per i sentieri fangosi della Foresta Nuvolosa, una foresta che si sviluppa all'altezza delle nuvole, dove sui rami crescono muschi e licheni e l’atmosfera fiabesca è ineguagliabile. Ho letteralmente volato da un albero all'altro attaccato ad una carrucola, e l'esperienza si fa emozionante quando gli alberi si trovano su due montagne differenti a 650 metri l'una dall'altra, e si attraversa sospesi per aria una vallata intera con paesaggi da favola. Ho passeggiato su spiagge da cartolina, tra le quali specialmente una, quella sperduta di Santa Teresa, conserva alcuni tra i ricordi più emozionanti: ho, per la prima volta nella mia vita, fatto surf. Un sogno divenuto realtà. Stare in piedi su una tavola mentre una enorme onda ti sta sotto, dietro, a volte sopra (spesso sopra, mentre affoghi...) è un'esperienza indescrivibile, le parole non bastano, bisogna farlo dal vivo. E quando le onde sono quelle dell'oceano pacifico, quando davanti a te ci sono solamente chilometri e chilometri di spiaggia bianca con palme e pellicani, quando a due metri dalla tavola, mentre aspetti le onde, nuotano mante grandi quanto la tavola stessa... beh, quando tutto questo lo metti insieme, allora forse ti rendi conto di stare vivendo un sogno, e vorresti che questo sogno non finisse mai. E come se non bastasse, fuori dall'acqua l'atmosfera del villaggio surfista si fa sentire tutta: feste sulla spiaggia, ristorantini spettacolari, atmosfera rilassata, il miglior Sushi che abbia mai mangiato, grigliate di pesce aspettando gli stessi pescatori. Tutto perfetto.
Non può esserci modo migliore di abbandonare l'America Centrale: infatti venerdì pomeriggio volerò alla volta del Chile, e credo proprio che la prossima volta che sentirete mie notizie sarà da un posto ben più a sud: il Cile!

Aggiornamento del 20/07/2007 URL aggiornamento
24/01/04, PUERTO MONTT, CHILE. ORE 17:00
Eccomi qui, in Chile, la terra che sognavo da anni, quel piccolo grande tesoro geografico che si estende per 5.000Km dal deserto fino ai ghiacci. Il Chile, in tutta la sua imponenza, dove muoversi in aereo è la regola, dove i bus di 14 ore sono la norma, una terra rinchiusa tra le Ande a ovest e l'oceano pacifico ad est: i cileni la chiamano "la isola", che per un paese lungo mezzo continente è un po' un eufemismo, tuttavia le fredde acque della corrente di Humboldt da una parte, e le gelide alture andine dall’altra, hanno a lungo isolato questo paese da qualsiasi influenza esterna, rendendolo un mondo a parte con le sue leggende, le sue tradizioni, la sua gente. E che gente strana! Un miscuglio di sangue indigeno con spagnoli, francesi, tedeschi, tutti venuti a far fortuna quando ancora bastava trasferirsi dall’altra parte del mondo per riuscirci, tutti con il sorriso facile, il temperamento aperto e generoso, e una reticenza mal celata verso tutto ciò che è urlato. Sarà la conformazione geografica, sarà un passato troppo recente di dittatura -Pinochet, autore del Golpe che l’11 settembre del 73 esautorò il neoeletto comunista Allende, vive ancora oggi a Santiago-, sarà quel che sarà, ma i cileni sono decisamente nordici nonostante le loro forti origini latine: il contrario dei vicini Argentini, il cui sangue Italiano si fa sentire come non mai.
Arrivare a Santiago è come tornare in Europa: grattacieli che risplendono fino alle 10 di sera, quando il sole tramonta e lascia spazio allo stellato cielo dell'emisfero australe; quartieri residenziali secondi solo alle splendide ville di Zapallar, sulla costa; ristorantini di pesce e frutti di mare, dal fascino tutto proprio, dove si servono vini strepitosi e piatti delicatissimi; negozi e supermercati aperti fino alle 10 di sera, anche la domenica. E la villa di Neruda, con il suo eclettismo sfrenato, corona soltanto un'esperienza già di per sé indimenticabile. Tuttavia Santiago, con i suoi 6 milioni di abitanti -un terzo della popolazione dell'intero paese-, non è il vero Chile, è una Las Vegas nel deserto, deserto dove tra cactus e aridità si nascondono le vere radici del paese, radici forse più semplici e geniune, ma non per questo meno interessanti. Basta mettere il naso fuori dalle lande centrali del paese, che si capiscono molte cose in più; anche la pubblicità è diversa: "esistono pubblicità smart per l'area di Santiago e provincia, mentre per il nord e il sud gli spot sono più semplici e di più facile comprensione", mi racconta Monica, una esperta di marketing che lavora per la compagnia aerea di bandiera. E questo non stupisce più dopo aver dato uno sguardo ad alcuni dati del paese: il 22% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, e il salario annuo medio è di 4.000 USD. Ma sarà per questo che le donne cilene, con una media di 3,7 volte al mese, sono quelle che al mondo piangono più di tutti?
Ne dubito. I cileni sono un popolo nobile, fiero, e orgoglioso della propria patria e del proprio status: nonostante una vera classe media sia ancora lontana dal prendere possesso dell'economia del paese, ancora governato da una felice elite, la gente non si lamenta, ma guarda avanti e lavora sodo. Ed è per questo che, tra tutti i paesi dell'America Latina, il Cile è il più sviluppato e il più ricco.
I paesaggi, poi, sono incredibili: ho viaggiato parte del centro e del centro-sud, e ho potuto vedere laghi dalla bellezza spettacolare, vulcani, porticcioli di pescatori che sembrano importati dal nord della Scozia o dalla Norvegia –anche l'odore di legno degli edifici è identico!. E durante la notte, sempre più corta mano a mano che ci si muove verso sud, i boschi dell'isola di Chiloe si popolano di creature immaginarie, come il Trauco, un nano deforme che si aggira tra la flora deflorando le donne sole, la Feuria, la sua controparte femminile che si comporta esattamente allo stesso modo con l'altro sesso, o i Brujos, i maghi, che viaggiano su vascelli fantasma, sanno volare, e hanno poteri incredibili su cose e persone. Ma guai a urlare i loro nomi: la gente di qui li teme veramente, ed è meglio evitare di gettarsi in situazioni poco gradevoli.
Insomma, una terra magica, della quale devo ancora scoprire uno degli angoli più suggestivi: la Patagonia, il sogno di tutti i viaggiatori insieme a Timbuctu e Shangri-la. Lunedì mi imbarco verso sud, e dopo cinque giorni di navigazione raggiungerò il cuore del mio viaggio. E allora vi saprò dire.

Aggiornamento del 30/07/2007 URL aggiornamento
20/02/2004 CHAITEN, PATAGONIA CILENA. ORE 12:38
L’insopportabile ronzio della sveglia scuote il silenzio mattutino: sono le 4.45 del mattino, è ora di alzarsi. Ancora intontito apro la cerniera del sacco a pelo, e con gesti automatici cerco la torcia, la accendo, individuo e apro la zanzariera della tenda umidiccia. Fuori è ancora buio… per fortuna. L'alzataccia è infatti tutta rivolta a vedere l'alba, e sembro aver fatto bene i calcoli, nonostante qui al Sud non sia sempre così semplice azzeccare l’alternarsi del giorno e della notte. Mi incammino dapprima lentamente, vista la visibilità scarsa, poi più rapidamente, mentre ad ogni passo il sentiero si trasforma sempre più in pietraia. Assetato, mi sciacquo la bocca nel rivolo di acqua appena nata, disciolta dalle nevi perenni di quel ghiacciaio che immagino dover essere a pochi metri da li. Le rocce si fanno più grandi, il sole sta per salire, mi affretto -un passo dopo l'altro- verso la cima... sempre più luce... eccola, è li, la intravedo a pochi metri… solo pochi passi...
Mi affaccio, e getto uno sguardo sul posto più bello del mondo. È difficile descrivere altrimenti un luogo, le Torri del Paine, che da solo riesce ad evocare un calderone tanto improbabile di emozioni, un luogo che, a pensarci bene con gli occhi del poi, forse non esiste nemmeno. Se non avessi quei preziosi scatti a documentare la mia esperienza sulle cime del parco nazionale più famoso e spettacolare della Patagonia Cilena, forse questo posto non esisterebbe già più: sarebbe perduto nel mare dei sogni troppo incredibili per essere veri, soffiato via dal vento dell'incredulità di fronte alla magia di ciò che è troppo affascinante per la nostra vita quotidiana. E invece è vero. Quelle tre cime, spuntoni di vetro satinato, sogno di qualsiasi scalatore, sono le Torri del Paine, torrioni di un mastio nascosto tra montagne e ghiacciai che difende il cuore vero della Patagonia. Il sole dell'alba le colpisce di una luce aranciata, e l'arcobaleno che cresce dalla laguna sottostante sembra formare un incerto sorriso, quasi a tranquillizzare quel congiunto indefinibile di emozioni che lo spettacolo mi creava dentro. Sotto i tre fieri soldati di granito, un ghiacciaio riflette la luce del nuovo giorno come un enorme occhio, brillando di felicità in ogni direzione e piangendo centinaia, migliaia di cascatelle nelle turchesi acque della laguna. In quel momento, finalmente, avevo raggiunto il mio Eldorado, la città perduta degli stregoni dell'isola di Chiloè, avevo raggiunto qualcosa per cui aveva valso veramente la pena di sudare, di lottare.

L'arrivo in Patagonia è stato più poetico di quello di Chatwin. Il celebre scrittore inglese raggiunse la Patagonia Argentina in autobus, io in un traghetto mercantile, dopo quattro giorni di navigazione tra i canali della Patagonia Cilena e il mare (oceano...) aperto. Quattro giorni tra spruzzi di balene, delfini e leoni marini, tra vette intoccabili e cascate a picco sul mare; ma anche tra le storie di coloro che, prima di me, tra questi stretti canali Patagonici si erano avventurati. Come quella dell’equipaggio francese di quel vaporetto che ci scivola accanto: immagino la reazione che possono aver avuto, nello scoprire che lo scafo si era arenato non sul basso fondale bensì sullo scafo di un veliero inglese, il Cotopaxi, abissatosi nello stesso luogo decine di anni prima. Oggi il vaporetto fa bella mostra di se, misteriosamente solitario, casa di centinaia di cormorani che si alzano in volo al suono delle nostre trombe. O come quella dei discendenti degli indigeni Kawashka, un tempo indiscussi padroni di tutto il litorale pacifico della Patagonia, ora solitari abitanti di Puerto Eden, un remoto villaggio senza strade e senza nessun contatto con il mondo se non il nostro traghetto, che transita per queste coste con cadenza bisettimanale. La storia di questo sterminio, stranamente ad opera dell’uomo bianco, è curiosa. I Kawashka, non conoscendo l’uso dei vestiti, usavano pescare molluschi nelle fredde acque del pacifico immergendosi senza nulla addosso: si coprivano infatti con grasso di leone marino, che li isolava termicamente dalle rigide temperature delle latitudini australi. Al loro arrivo, i pudici uomini bianchi regalarono loro vestiti, che gli indigeni in segno di generosità si rifiutavano di togliere. Li usavano anche durante le immersioni: fu per questo che morirono quasi tutti di polmonite.

Lo stretto di Magellano, il canale Beagle e Capo Horn, tre nomi celebri della navigazione mondiale. Quest'ultimo, un tempo passaggio obbligato per tutte le navi che volevano raggiungere la costa occidentale delle Americhe, è un rimasto un mito per la navigazione di tutti i tempi: infatti tra Capo Horn e l'Antartide non esiste più terra, e i venti, non trovando nessun ostacolo, circolano all'infinito intorno al mondo generando onde sempre più grandi, sempre più incredibili, tanto da far apparire anche la nave più immensa come il guscio di una noce in mezzo all'oceano. Anche durante una tempesta. Non esiste al mondo un luogo con più alta concentrazione di incidenti navali, ci sono talmente tanti rottami sotto queste acque che sono sicuro si potrebbe ricostruire, solo con questo metallo, l’intera Tour Eifelle. Passeggiando per il cimitero di Punta Arenas osservo le tombe che rievocano questi incredibili episodi, e resto a bocca aperta, così come di fronte alle decine di scafi che costeggiano le coste di questa piccola baia illuminata dal sole. Mi vergogno un po', a godere della bellezza di questi relitti che nelle loro sciagure hanno portato con sè vite, ricchezze, e mescolato il sale delle lacrime con quello incurante dell’oceano pacifico.

Una giornata di autobus ed eccomi nella Terra del Fuoco, emblema delle desertiche, desolate lande del sud. Arrivo nel pomeriggio a Ushuaia, la città più a sud del mondo, ma la prima impressione è quella di essere arrivato nel bel mezzo della Costa del Sol spagnola: macchine, traffico, turismo, negozi, un via vai continuo fino a notte fonda. Dov'è la fine del mondo, mi chiedo? Forse non è qui, forse è su una di quelle rompighiaccio alla fonda nella baia, mercenarie imbarcazioni che per cifre da capogiro ti trasportano nel bel mezzo dell’Antartica. Comincio e guardarmi intorno, e il disgusto si trasforma in curiosità: mi rendo conto di non essere più in Cile; la gente, i colori, tutto mi sembra più Europeo, più conosciuto, più caldo. È come... essere tornato in Italia? Di fatto è difficile incontrare un argentino che non abbia qualche legame nel Belpaese, qualche parente sperduto tra le colline di Alba o del Molise. E’ parlando con questa gente che mi rendo conto di come effettivamente loro la fine del mondo l'abbiano già incontrata: la crisi di tre anni fa fu per il popolo Argentino una vera e propria disgrazia, che mandò gente in rovina, e spezzò sogni in frantumi. Mi decido quindi di non trarre conclusioni affrettate, ma di continuare a darmi uno sguardo intorno: sono in Patagonia, Argentina o Cile poco importa. Mi avventuro in una escursione sul celebre canale Beagle, dove Darwin completava le sue affermazioni razziste sugli indigeni della zona ("non sono uomini") : leoni marini e pinguini mi danno il benvenuto sui loro atolli battuti dal vento, e la più vecchia Estancia (fattoria) della Terra del Fuoco mi attende per la visita d’obbligo. Fu proprio qui che Chatwin, come descrive nel suo “Viaggio in Patagonia”, incontrò il reverendo scozzese Thomas Bridges, antropologo studioso di quella che fu l’ultima cultura nativa della Terra del Fuoco, la cultura Yamana. Curioso, anche loro morirono tutti come i Kawashka. L'ultimo ricordo della loro lingua ("suoni senza senso" secondo Darwin) è un dizionario Inglese - Yamana che il vecchio Bridges pubblicò in 300 esemplari limitati: lo sfoglio, probabilmente lo stesso esemplare che Chatwin sfogliò nella veranda della Estancia Haberton anni addietro.

Terra del Fuoco: gli Yamana erano un popolo nomade, e accendevano fuochi dappertutto, nelle canoe, nelle capanne, sulla riva del mare. Pare che Magellano l'abbia chiamata dapprima Terra del Fumo, e che solo dietro suggerimento del re d'Inghilterra questa estrema landa di sud del mondo abbia preso il nome che oggi appare su tutte le guide turistiche.
Abbandono l'estremo sud del mondo, e mi dirigo a nord, verso il parco nazionale Los Glaciares, che nasconde tesori naturali indescrivibili: uno dei pochi ghiacciai al mondo che ancora avanza, l'imponente, indescrivibile Perito Moreno. La sua inesorable corsa è cadenzata dalla caduta del ghiaccio nelle acque del Lago Argentino: un boato, acqua ognidove, e in pochi secondo si forma un nuovo Iceberg nel lago. Ci sono poi le due vette mecca dell'alpinismo mondiale, il monte Fitz Roy e il Cerro Torre, per raggiungere le quali sentieri di difficoltà media si arrampicano sulle Ande Paragoni: anche qui, panorami tanto spettacolari che a distanza di pochi giorni sembrano già svaniti nell'irreale. Qui però si dorme in letti, a differenza del parco Cileno delle Torri del Paine, dove sono anche i cinque giorni di cammino con tenda in spalla a crerare la magia: è anche in queste piccole cose che si distingue l’austera teutonicità Cilena della pigra e confortevole italianità Argentina.

Ancora a nord per la mitica Routa 40. Quattordici ore di strada sterrata, deserta, lama selvaggi e cieli incredibili, per raggiungere la sperdutissima cittadina di Perito Moreno, un puntino sulla carta geografica dallo stesso nome del famoso ghiacciaio, ma distante centinaia di chilometri da questo. A Perito Moreno non ci sono turisti: le poche facce che si incontrano sono solo quelle in transito verso le più battute lande del nord argentino. Io però mi fermo, in cerca di quella Patagonia delle Estancias, dei Gauchos, delle desertiche e interminabili distese di steppa volte a pascolo. E la trovo.

"Il vento: quando non c'è, ci manca", dice Lucio, peone della fattoria del signor Sabella, mentre trottiamo indolenti per la steppa patagonica. Tra queste distese aride il vento è un amico, un alleato, più che un seccante fastidio. Nel 1991, dopo l'esplosione del vulcano Cileno Hudson, la cenere coprì indiscriminatamente tutti i pascoli della Patagonia Argentina. "Fu terribile” –mi racconta animatamente il signor Sabella- “Le pecore morivano per mancanza di cibo, l'intera nazione era disperata, i sussidi statali non coprivano le perdite e nel giro di pochi giorni andò in fumo il lavoro di una vita." Molti abbandonavano le estancias e si rifugiavano nelle città o nei paesini limitrofi, stufi di una situazione diventata insostenibile se sommata alle altre vicissitudini economiche Argentine. Ma il signor Sabella, gaucho da generazioni, non si diede per vinto, e il suo amor proprio lo spinse a non abbandonare quella estancia che suo padre nel '68 comprò da Nicholson, uno dei tanti coloni inglesi della Patagonia. "Possedere meno di 6000 pecore non è economicamente sostenibile. Con l'eruzione, morì la maggior parte del bestiame, decisi così di vendere quelle che rimanevano per passare all'allevamento di mucche. Da allora le cose sono andate migliorando: il vento ha ripulito i campi dalle ceneri, il cane predatore non attacca le mucche, e Menem con tutta la sua corte di incompetenti ha lasciato spazio ad un governo migliore". Oggi i prezzi della carne e della lana vanno crescendo, e finalmente i proprietari delle Estancias possono permettersi di continuare il lavoro ereditato dai propri padri senza rischiare la bancarotta. "Certo non guadagnamo molto, ma per lo meno possiamo continuare a lavorare, senza perdite." Mangio con Sabella e Lucio nella loro cucina, non usano piatti, ma solo coltelli e taglieri di legno grezzo; sulla tavola giace un enorme pezzo d'agnello, frutto dell'uccisione di poche ore prima. Le poche pecore che ancora alleva, sono solo per uso familiare. Prima di andarmene Lucio vuole farmi un regalo: una punta di freccia di 9000 anni fa, usata dagli indigeni per cacciare i Guanachi (i Lama della steppa) . Si tratta di un reperto archeologico tipico di queste zone, ma da quando le ceneri hanno coperto le praterie, trovarle è diventato pressoché impossibile.

Salgo ancora verso nord, per la Carrettera Australe, voluta da Pinochet solo pochi anni fa per collegare quelle remote terre del Sud Cileno altrimenti quasi inaccessibili via terra. Qui incontro la natura al suo stato più selvaggio: mi immagino queste lande 20 anni orsono, quando i ruggiti di mostri metallici inondavano la foresta vergine con il rumore della civiltà, e le parole del dittatore risuonavano, piene zeppe di ideologia, per le strade deserte di piccoli centri urbani senza senso –creati per dar vita alla sua opera tanto desiderata. Ma guardando i tronchi morti, che svettano verso l'alto come vestigia di torri gemelle all'abbandono, il pensiero corre ancora più indietro, a quell'incendio che 60 anni orsono, per 10 anni, rase al suolo ogni forma di vita, nascondendosi sottoterra in inverno, cibandosi di radici, per rispuntare poi in superficie ogni estate, terminando il lavoro lasciato a metà.

Sto per abbandonare la Patagonia, e ripenso allo spettacolo delle Torri del Paine, del Cerro Torre, del Perito Moreno, a quel trionfo di natura tanto spettacolare da rifiutare di collocarsi nella categoria dei ricordi reali, non annacquati dall’immaginazione della memoria. Ma ripenso anche alla triste sorte dei suoi popoli indigeni, alla sventura dei suoi abitanti di oggi, all’aridità dei suoi deserti. Mi fermo un momento a riflettere: cos'è, allora, la Patagonia? Domande come questa se la fanno in molti, ma in pochi riescono a trovare una risposta, forse perché la risposta semplicemente non c'è… forse la Patagonia stessa non c’è, non esiste. Non esiste una terra dove convivono ecosistemi tanto differenti, dove le Ande, con i loro splendidi ghiacciai, i boschi multicolore, le acque limpide e scroscianti, parlano a tu per tu con il deserto della steppa, casa di praterie immense, gaucho indaffarati, bestiame ammansito, e indigeni morti da millenni. Cos'è la Patagonia? Non è uno stato, perchè Cile e Argentina continuano nella loro guerra centennale per il possesso di una pietra insignificante o di qualche millimetro in più sulla cartina; non è un congiunto naturale fertile o arido, perchè entrambe le situazioni, e altre, si intervallano come in uno show di cabarettisti, facendo a gara su chi stupisce di più; non è un'unione sotto la stessa bandiera, in quando ogni regione del Cile possiede la propria, non dimenticandosi poi della grande bandiera Argentina; non parla la stessa lingua, in quando i tanti dialetti di spagnolo si intervallano con le improbabili, e sempre più rare, lingue indigene. Ma allora, cos'è? E alla fine anch'io, come molti altri prima di me - giornalisti, scrittori, poeti - non posso che rifarmi alle parole di Darwin, il grande naturalista, che dopo una lunga critica della regione concluse il suo discorso così: "tuttavia, nonostante questo, non riesco a capacitarmi del perchè, questa terra arida, mi è rimasta tanto nel cuore".

Aggiornamento del 21/08/2007 URL aggiornamento
7/3/04 UYUNI, BOLIVIA. ORE 15:00
Il ritorno verso il nord si fa sempre più rapido: in pochi giorni, due viaggi in bus, rispettivamente di 19 e 26 ore cadauno. Si, qui le distanze non scherzano. Ho abbandonato da poco il deserto di Atacama, il più arido del mondo, passando per un altro deserto, quello di sale di Uyuni, anche lui con i suoi record: il lago di sale più alto e grande del mondo, largo ben 135Km e profondo 120mt. Tre giorni in jeep, per godere di paesaggi lunari, lagune dai mille colori, Lama, geyser vulcanici a 5000 metri di altezza, mate di foglie di coca, pietre che sembrano alberi e alberi che sembrano pietre. Sostanzialmente un altro pianeta. Così come la Bolivia in generale, ma prima di dare giudizi, come al solito, aspetto di guardarmi in torno un po' meglio.

Lascio l'Argentina, questa volta per un po', dopo le continue puntate in Cile necessarie per visitare la Patagonia. Il paese, un tempo re dell'america del sud, è oggi vittima di una crisi quasi incredibile, che ha portato in poco tempo la gente sull'orlo della disperazione. Gli indicatori economico-sociali parlano chiaro: la classe media è passata dal 60% al 20% della popolazione in 40 anni (1962-2003) , la classe bassa dal 30% al 50%, e la classe indigente dallo 0% al 20%. Raccapricciante. C'è tuttavia qualcosa che la crisi non ha potuto cancellare: posti splendidi, una delle carni più buone del mondo, volti e persone dai lineamenti impressionantemente belli, e il calore, l'ospitalità, l'atmosfera... l'Argentina è un paese che incanta. Il 90% della popolazione (un'esagerazione che non si allontana tanto dalla verità) ha radici italiane, e questo si nota subito: da come si vestono, da come si comportano. Ancora oggi, dopo la crisi, la gente non vuole privarsi degli "sfizi primari": come quello del ben vestire, che alimenta un mercato florido, per servire il quale molte grandi firme hanno deciso di trasferire la produzione in loco: Lacoste, Levis, tante altre marche a prezzi incredibili per noi europei. Ma allora, cosa successe veramente tre anni fa? Cosa ha fatto passare Buenos Aires dalla quinta città più cara del mondo ad una delle più economiche? Il curioso in cerca di spiegazioni facili questa volta resterà deluso: le cose non sono per niente così semplici. Non basta mettersi a conversare davanti ad un caffè con un Argentino per capire: ho dovuto leggere libri, parlare con decine di persone, confrontare fatti e pensieri. Alla fine ho capito, e ho capito perchè non capivo: mi ostinavo a cercare una risposta alle cause della crisi moderna, quella più ecclatante e famosa. È invece solamente andando indietro nel tempo, fino al lontano 1976 che si può realmente capire qualcosa, fino all'anno in cui i militari, dopo la morte della vedova di Peron, si impadronirono nuovamente del governo e istituirono il famoso regime del terrore. Seppur come metodi discutibili (uccisioni, desaparecidos e corruzione all'ordine del giorno) , è di questo periodo la prima grande sterzata di timone neoliberista: l’apertura di un mercato fino ad allora chiuso da sussidi e protezionismo, l’invito all'ingresso copioso di capitali stranieri e –parallelamente- aumento della spesa pubblica per aumentare l'occupazione. Mentre il debito pubblico cresceva, la dittatura militare perdeva la fiducia del popolo, in particolare dopo la sconfitta nel conflitto delle Falkland: si installa così, nell'83, un nuovo governo, che porta con sè la prima vera democrazia nella storia del paese, e in contemporanea una seconda, consistente, sterzata capitalista. Sono di questo periodo gli ulteriori afflussi di capitali, le privatizzazioni crescenti, la riduzione di sussidi e spesa pubblica per compiacere i creditori stranieri in continuo aumento. Ma i problemi non terminavano, e il baratro del debito pubblico non si riempiva. Arriva allora negli anni 90 la ultima e terminale sterzata: dopo che nel 1989 l'Argentina fu colpita da una delle più grandi crisi inflazionistiche che la storia conosca, Menem (un nome che qui nessuno nomina, quasi come Fidel a Cuba...) prese il potere, instaurando una serie di riforme neoliberiste che ormai non suovano più nuove. Nuovo imponente ingresso di capitali, privatizzazioni brusche e indiscriminate di quello che rimaneva da privatizzare, taglio della spesa nei settori "non strategici" dell'economia statale -educazione, e salute - e la grande beffa: la legge della Convertibilità. Con questa legge Menem e il suo ministro Cavallo (nome altrettanto celebre) legarono il peso argentino al dollaro, obbligando lo stato ad emettere moneta solo dietro presenza di sufficienti riserve in divisa nelle casse della banca centrale: ciò significa, basicamente, legarsi le mani, da solo. Non più inflazioni spaventose, certo, tuttavia con un debito pubblico che aumentava, privatizzazioni ogni dove, e tagli alla spesa pubblica, lo stato perdeva praticamente significato, e si riduceva ad un ammasso di apparati burocratici e amministrativi senza senso. In poche parole, l'Argentina era nelle mani del Mercato, la descrizione del quale la lascio ad un ex ministro dell'economia di queste parti: "ho provato a farli ragionare con il cuore, ma loro ragionano soltanto con il portafogli". Ed eccoci finalmente al 2001: una ennesima crisi ciclica (i capitali stranieri vanno e vengono, non è una novità) , ma questa volta seguita da una corrida bancaria - ritiro in massa dei fondi depositati presso le banche - senza precedenti. Le banche, d'accordo con il governo, bloccano i prelievi, trasformano "propria sponte" tutti i conti correnti in dollari in moneta locale, e danno l'ok: la legge della Convertibilità viene abrogata, e il tasso di cambio con il dollaro che fino a poche ore prima era di uno a uno, diviene improvvisamente, nelle mani del mercato, di tre a uno. In parole povere, tutti i risparmiatori che non ebbero l'accortezza di collezionare dollari sotto il materasso (e ce n'erano...) persero nel giro di poche ore due terzi dei loro sudati risparmi.
E persero la pazienza: rivolte, saccheggi di supermercati, e tanta disperazione. L'Argentina, che durante il periodo della Convertibilità aveva vissuto un sogno ad occhi aperti - la gente poteva finalmente viaggiare, conoscere, vivere come parte di una società pienalmente occidentale -, non si è ancora del tutto ripresa dagli avvenimenti di quegli anni, e tuttavia la vita continua, lentamente ma coraggiosamente. Ora, il nuovo presidente Kirchner ha ripristinato ogni tipo di protezionismo: mentre durante l'uno a uno era più conveniente importare qualsiasi bene (l'efficienza produttiva interna era talmente bassa che l'importazione era sicuramente la scelta più economica) , oggi tutto viene prodotto internamente (il nostro "Made in Italy" qui si chiama "Industria Argentina") e ciò permette prezzi veramente concorrenziali, anche per quanto riguarda beni di qualità.

C'è chi dice che Cile e Argentina siano due paesi molto simili. Cileni e Argentini dicono esattamente il contrario: non esistono paesi più dissimili. La verità, come al solito, sta nel mezzo. Esistono elementi di similitudine, ma anche pesanti elementi di distanza. Simili sono i segni di sviluppo economico, che avvicinano i due paesi all'Europa più di qualsiasi altro paese sudamericano; simili sono i costumi viari, con controlli militari ogni pochi chilometri, chiaro residuo dei regimi militari; simili sono i comportamenti di politica estera (Cile e Argentina sono i due soli paesi nel mondo che considerano Antartica normale parte del loro territorio, in barba a tutti i trattati internazionali che stabiliscono l'illiceità di questa pratica) . Diversa è, sostanzialmente, la gente: se in Argentina il calore latino è evidente e tangibile, in Cile la gente è più fredda, distante, quasi timorosa. È cileno il motto "la vita toglie più felicità di quella che dona", e credo possa riassumere bene il vero carattere di questa gente isolata dal mondo, dedita al lavoro, un po' tedesca se vogliamo. Questo può spiegare le differenze di performance nell'economia mondiale? Chissà, però io voglio pensare che sia così.

E ora... Bolivia.

Aggiornamento del 03/09/2007 URL aggiornamento
21/3/04 CUSCO, PERU. ORE 13:36
"Hierbas naturales Lupi: Mate de Coca". È forse questa la migliore esplicazione di quello che si può vivere in Bolivia. Pazzia, incredulità, totale inaspettata selvaggia tirannia dell'anarchia. Il mate de Coca, una sorta di te con foglie di Coca, nella sua ingenua innocuità rappresenta quello che nel resto del mondo è chiamato tabù, segretezza, droga e come tale proibizione. In Bolivia, invece, il più grande produttore di Coca è membro attivo del governo; in Bolivia, in barba alla presunzione d'innocenza, "tutti sono considerati consumatori di foglie di coca a meno che non si provi il contrario"; in Bolivia viene prodotta gran parte di quella Coca che andrà poi ad inondare il resto del mondo sotto forma di Cocaina - dopo essere passata attraverso la Colombia per la raffinazione (un dato interessante, gli USA rappresentano il 4% della popolazione mondiale e consumano il 52% della cocaina mondiale) . Coca e Cocaina sono due sostanze tanto differenti quanto strettamente legate: masticare foglie di coca provoca una leggera euforia, elimina la fame, da forza ai lavoratori, e mantiene svegli, esattamente gli stessi efetti che si ritrovano - amplificati - nel consumo per via nasale o endovenosa di Cocaina. Certo è che l'altura dell'altipiano, che può superare i 5000 metri senza problemi, richiede un "piccolo aiutino" ogni volta che si devono fare sforzi fisici, e qui entra in gioco la foglia di Coca.

Tuttavia non è solo per questo che definisco la Bolivia anarchica: come definireste un paese dove è possibile addentrarsi nelle miniere come semplice turista, ammirare il lavoro di giovani minatori e esplodere dinamite fuori e dentro i cunicoli semplicemente per divertimento? La gita alle miniere di Potosì, la città più alta del mondo e un tempo anche la più ricca, grazie ai suoi giacimenti ormai esauriti di argento (in spagnolo esiste ancora l'espressione "vale un Potosi", per indicare qualcosa di valore inestimabile) , è una continua sorpresa: si compra dinamite e Coca da regalare ai minatori, e si gioca un po' a fare il minatore... si esplode dinamite, si mastica coca, si scava con piccone e martello, si beve alcohol 98% per mantenersi attivi nei polverosi e pericolosi cunicoli della miniera. Mai avrei pensato di calarmi con una corda, di strisciare in feritoie strette e lunghe, di farmi strada nel buio delle tenebre con una fiamma accesa in cima al casco - che loro chiamano lanterna. Saluto, uscendo, giovani minatori dagli anni contati: questa gente ha una vita media di 10 anni dal primo ingresso nella miniera, a causa delle polveri nocive; ora mi spiego perchè le vie del centro sono piene di studi di Avvocati e di Pompe Funebri.

Tuttavia non è solo per questo che definisco la Bolivia anarchica: come definireste un paese dove è possibile lanciarsi a velocità folle con una bicicletta lungo la strada più pericolosa del mondo, dove ogni anno muoiono più di cento persone - 98 morti solo nei primi 8 mesi del 2002, ultimo dato statisticamente certo? La strada La Paz - Coroico è l'unica che collega la capitale con l'immensa regione delle Yungas, sterminate terre di selva amazzonica nel nord-est del paese. Quella che in un paese normale sarebbe una autostrada, in Bolivia, dove solo il 5% delle strade sono asfaltate, è stata definita nel 1995 la strada più pericolosa del mondo, e tutt'oggi nel gergo di tutti i giorni viene indicata come il "camino de la muerte". La strada è a doppio senso, trafficata da autobus e camion a tutte le ore del giorno e della notte, ed è delimitata da un lato dalla roccia nuda, e dall'altro da 500 metri di dirupo senza la minima possibilita di appiglio. Si passa sotto cascate che cadono direttamente sulla nuda roccia della carreggiata, e attraverso stretti tornanti si scende da una altura di 4500 metri a 1500 metri, il tutto in pochi drammatici chilometri; l'atmosfera è da film dell'orrore: decine di lapidi e croci costeggiano la discesa (tanti boliviani, ma anche tanti stranieri: israeliti, italiani, olandesi, americani, etc.) , sommate alle numerose carcasse di autobus e camion che si possono ammirare, turismo dell'orrido dal dubbio gusto, in fondo alla profonda vallata.

La totale anarchia Boliviana la si nota anche nell'architettura: La Paz, la capitale più alta del mondo, dove i ricchi vivono - stranamente - in basso e un esercito di poveri in alto, dove il clima è più rigido, sembra uscita dal piano architettonico di un pazzo. Quello che a prima vista sembrerebbe solo un'accozzaglia di costruzioni senza senso ha forse un ordine tutto suo: dalla Beirut dei quartieri di El Alto, la poverissima città nella città sull’altipiano, all'instabilità delle case costruite nei quartieri alti, dove la prima pioggia spazza via costruzioni e vite, fino all'europeicità della Zona Sur, dove i più ricchi si nascondono dall'estrema povertà del resto del paese. Il mercato delle streghe, dove si concentra l'artigiania della citta, riporta in piccola scala l'incongrua caoticità degli edifici, dai quali penzolano talismani dalle forme più eclettiche e feti di lama essicati, improbabili portafortuna per il turista dell’estremo (o dell’orrido…).

Nella capitale incontro Roberto, avvocato della città, il quale mi parla di uno dei più grandi temi di attualità Boliviana: la lotta senza quartiere con i vicini Cileni per il controllo dell’accesso al mare. È di circa 150 anni fa la guerra tra Cile e la confederazione Peruano-Boliviana: Il Cile, che sfruttava i territori ricchi di salitre del sud Boliviano e Peruano, si rifiutava di pagare a questi le tasse di utilizzo. Dopo un lungo periodo di negoziazioni senza risultato, il Cile attacca la confederazione con il vago pretesto di sentirsi minacciato dall'unione dei due paesi, ma con l'unico vero scopo di impossessarsi dei ricchi territori dell'attuale nord Cileno: la boliviana Antofagasta e la peruviana Arica. Come riporta la moneta cilena da 100 pesos: "con la razon o con la fuerza". Il Cile vince la guerra, ma i boliviani non la manderanno mai giù: non solo persero una zona ricca di materia prima, ma anche il loro unico accesso al mare. La Bolivia è oggi, insieme al Paraguay, l'unico stato sudamericano senza accesso al mare. "Non è solo una questione economica - dice Roberto -, è qualcosa di più, che va più a fondo, che trova le sue radici nella lontana e amara guerra di 150 anni fa: la Bolivia vuole il mare". E ora ai giorni nostri. Nel sud della Bolivia viene scoperto un enorme quantitativo di gas sotterraneo. Negoziazioni con una celebre multinazionale americana vengono messe in piedi, tutto sembra scorrere liscio, fino a che non viene messo sul tavolo delle trattative l'argomento del trasporto: l'unico mezzo economicamente sostenibile sembra quello di passare attraverso il Cile, e imbarcare il gas attraverso il porto cileno di Antofagasta.Il Cile, da parte sua, offre uno sbocco al mare senza nessun carico di imposte, ma il governo boliviano, dietro la spinta dell'opinione pubblica, pone il freno: si torna a parlare di mare, e la Bolivia vuole il mare. Lo vuole tanto da avere la sua propria flotta sul lago Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo, e il più grande del Sud America. Manifestazioni, problematiche, scontri nella città di La Paz e in provincia provocano il fallimento delle contrattazioni: la società interessata finisce così con l'acquisire il gas in Venezuela. Alla Bolivia rimane solo un grande dilemma: tanto gas, ma come esportarlo? Tra qualche giorno si terrà nel paese un referendum, che dovrebbe chiarire tutti i punti in sospeso: popolo, dove facciamo passare il gas? Cile, Argentina, Brasile, Peru? L'opzione peruviana, vista l'affinità di gruppo etnico indigeno, sembra ad oggi essere la favorita, ma parlare di risultati è ancora prematuro. Come sempre, chi vivrà vedrà, tuttavia possiamo già essere sicuri che l'opzione Cilena non otterrà neanche un voto.

Domani mattina si parte per il Camino dell'Inka...

Aggiornamento del 13/09/2007 URL aggiornamento
12/4/04, AYACUCHO, PERU. ORE 15:07
C’è una sola attrattiva nel Sud America capace di stigmatizzare il viaggiatore “serio” separandolo dalla massa dei viaggiatori “commerciali”: si chiama Cammino dell’Inca. Nella sua spiegazione più semplice, si tratta di un percorso di quattro giorni per raggiungere Machu Picchu a piedi, invece che con il treno della PeruRail -che di peruviano ha soltanto il nome, essendo stato (s) venduto a suo tempo da Fujimori (il presidente più corrotto della storia del paese) ad una cooperativa anglo-francese, con il risultato che andare e venire da Machu Picchu in un giorno costa, nella sua alternativa più "economica" più di 100 dollari. Ma torniamo al Cammino dell’Inca. Tre giorni di cammino, tipicamente, per raggiungere all'alba del quarto giorno la rovina più famosa del mondo, Machu Picchu appunto. C'è chi lo chiama, invece di Inca Trail, il "Gringo Trail" – dove qui per Gringo si intende in senso allargato il turista occidentale. Ogni giorno partono infatti da Cusco circa 10 gruppi di 10-14 persone ciascuno, tutti "avventurieri" alla ricerca dell'Eldorado sudamericano, tutti potenziali acquirenti delle t-shirt "I survived the Inca Trail" che affollano i negozi di souvenirs: un'atmosfera fuori dalle rotte turistiche, dove si rivive l'atmosfera genuina delle popolazioni Inca. La mia prima reazione, alla domanda che da qualche mese a questa parte ogni viaggiatore mi pone con regolarità -"hai fatto l'Inca Trail?" oppure "farai l'Inca Trail?"-, è stata: COL CEPPO!!! Ma arrivato alle soglie di Cusco, la storica capitale dell'impero Inca soppiantata da edifici coloniali all'arrivo degli Spagnoli... beh, sarà l'atmosfera, saranno i consigli, sarà quel che sarà ma la prima cosa che faccio alle 8 della mattina è iscrivermi al Cammino dell'Inca. Una chiara dimostrazione di coerenza.

Comincio a interessarmi alla cultura Inca, e le mie ricerche sono facilitate da una improvvisa febbre che mi accompagna per due giorni, giusto i due giorni che mi separano dalla partenza del trekking. Gli Inca furono l'impero più potente ed esteso dell'america del sud, e forse anche il più rapido; infatti, per quanto storia e tradizioni siano vecchie di millenni, il vero periodo di splendore (il famoso Tahuantisuyo, ossia la terra delle quattro regioni Inca) durò solamente 100 anni, fino di fatto all’arrivo degli Spagnoli. Fu forse proprio questa rapida espansione la vera causa della disfatta degli Inca: le tante popolazioni sottomesse all'impero non avevano ancora ben digerito il nuovo padrone, e aiutarono il manipolo di spagnoli che raggiunse stremato le terre di Cusco a rimettersi in sesto e a spazzare via, con cavalli e munizioni, 100 anni di storia e splendore. Troppo tardi si resero conto di aver aiutato un tiranno ben più rigido e senza scrupoli.

Mi rimetto dalla febbre la mattina della partenza. Primo giorno. Pioggia. La camminata è facile, e lussuosa: un esercito di portatori trasporta tutto l'equipaggiamento a forza di foglie di coca; vanno talmente rapidi da superarci, arrivare in loco, montare le tende e preparare il cibo prima che il nostro gruppo arrivi a destinazione. Già dal primo giorno si capiva che dovevamo rispalmiare qualche dollaro in più per la mancia. Il gruppo è ben assortito: 14 gringo da ogni parte del mondo, Australia, Inghilterra, Argentina, USA, Hong Kong, Malesia e ovviamente Italia (come al solito, l'unico italiano) . Passiamo qualche affascinante rovina Inca, e ci fermiamo a discutere con la guida.

Secondo giorno. Pioggia. È il giorno più difficile: bisogna scalare un passo a 4200 metri sldm, e l'altura si fa sentire ad ogni passo. Mi aiuto con un bastone, raggiungo la cima, e poi tutto in discesa fino al campo base, dove ne approfitto per riposare e rimettermi in sesto con buon cibo e una buona pipata.
Terzo giorno. Pioggia (avevo accennato al fatto che siamo ancora nella stagione della piogge?!?) . Difficoltà media, due passi a altezza più bassa ci separano dal campo base di Wiña Wayna, dove una bellissima rovina Inca ci attende per aperitivo, prima della cena e della serata in discoteca. Su una discoteca che chiude alle 10:30, però pur sempre una discoteca. Mi rendo ridicolo ballando salsa e termino nel sacco a pelo con troppe birre nel sangue.
Quarto giorno. Il risveglio alle 3:30 è con la pioggia, che ci accompagna per tutto il cammino fino alla porta del Sole, dalla quale si dovrebbe teoricamente ammirare l'alba su Machu Picchu. Arrivati alla porta del Sole, possiamo solo ammirare un muro bianco di nuvole, una nebbia tanto fitta che si può tagliare con un coltellino svizzero senza lama. La guida ci mostra una cartolina: la foto di Machu Picchu all'alba. Siamo tutti tentati di spingerla giù dal profondo burrone che costeggia il sentiero, ma ci asteniamo solo per la simpatia che ha dimostrato nei tre giorni precedenti. Cominciamo la visita della città segreta degli Inca in mezzo alla nebbia, quando lentamente le nuvole si alzano... e... la sorte cambia.

Come per magia tutto si rischiara, e già durante la prima mattina, prima dell'arrivo del treno dei turisti, possiamo godere di uno degli spettacoli più belli che questo continente possa offrire: una città inca intatta, splendida, circondata da verdi vette inaccessibili, solo percorsa dagli sparuti turisti - un centinaio in tutto- arrivati all'alba camminando come il sottoscritto. Non potevo chiedere di più, ma mi sbagliavo. La guida parla al walkie talkie e ci da la bella notizia: "una slavina ha interrotto le rotaie. Come sapete l'unico mezzo di trasporto tra Aguas Calientes (il paesino sotto le rovine) e il mondo civilizzato è il treno: siamo bloccati, non sappiamo quando libereranno la ferrovia, al momento stanno evacuando i turisti con l'elicottero". Il panico. Tutti i gruppi si fiondano fuori dalla rovina giù per le pendici della montagna, sperando di trovare un posto nell'elicottero. Tutti, tranne io, Steve (il mio compagno di viaggio americano) e qualche altro temerario. E qui comincia il vero spettacolo: Machu Picchu in pieno giorno, in pieno sole, deserta, tutta per noi, uno spettacolo che neanche la più bella cartolina in vendita nei negozi di souvenir riesce ad eguagliare. È un ennesimo momento magico, mistico. Scalo il monte Huaynapicchu, la schiena della città, e mi appago dell'incredibile vista sulla misteriosa città proibita - un tempo, pare, solo meta di nobili Inca e pochi altri eletti. Oggi, solo oggi, meta di pochi fortunati, e io sono tra quelli.
Quinto giorno. Quinto giorno? Ma non erano quattro giorni? Bene, la slavina ha movimentato un po' tutto. Esistono elicotteri, ma sono pieni. Esistono treni di emergenza che partono dopo il luogo della slavina (a due ore di cammino per la ferrovia) , ma solo per i turisti bloccati con biglietto. Non si vendono biglietti per la giornata odierna, bisogna aspettare. IDEA! Perchè non ce la facciamo tutta a piedi? Sono "solo" quasi 40 kilometri. Bene, provate ad andare alla stazione più vicina, e cominciate a camminare con un paio di scarpe scomode, comprate a 15 euro al mercato, sulle pietre dei binari. Immaginatevi un italiano e un americano, alle cinque della mattina, nel buio dei binari non ancora illuminati dal sole, con una mini-torcia scrausa, camminare verso la slavina. "Non ce la faranno mai", diceva la gente. Ebbene, dopo 7 ore di cammino, dopo una sola sosta di 10 minuti a metà strada, dopo vesciche, improperi, ancora vesciche e ancora improperi, i due raggiungono il primo bus, e si scaraventano al suolo gridando "ABBIAMO FATTO IL VERO CAMMINO INCA". Infatti, quei due sciagurati, furono gli unici - insieme a qualche altro portatore - a completare tutto il cammino inca, andata e... ritorno.

I due sciagurati visitano tutto il tipico itineario Peruviano: oltre al suddetto Machu Pichu, visitano il lago navigabile più alto del mondo, il lago Titicaca, dove la gente vive su isole galleggianti fatte di giunchi e dove a tessere i tipici maglioni di alpaca sono gli uomini, e non le donne; visitano Arequipa, la città bianca, tutta costruita con la chiara pietra estratta dalla miriade di vulcani che la circondano; in Arequipa visitano il monastero, una città nella città dove vivevano nella più stretta clausura suore dalle nobili origini - rinchiuse nella cittadella dalle viuzze spagnoleggianti da genitori senza scrupoli; visitano il Canyon del Colca, la gola tra due monti più alta del mondo (quasi 4000 metri) ; visitano le linee di Nasca, disegni nel deserto visibili solo dall'alto - probabilmente realizzati dal popolo Nasca per assistere gli sciamani durante i loro "voli mentali"; visitano Huaraz, la Katmandu del Sud America, dove lo scenario drammatico della Cordillera Blanca con le sue bianche vette li invita ad un altro trek di 4 giorni per visitare il parco nazionale del Huascaran e l'Alpamayo, la montagna da molti giudicata "la più bella del mondo"; visitano Chavin de Huantar, una civiltà sorta 3500 anni prima degli Inca, dove sacerdoti che vivevano per 150 anni scoprirono la sacralità del numero 7, la tecnica della costruzione antisismica, e entravano in contatto con il Dio attraverso il San Pedro - cactus bien ripieno di mescalina che provocava visioni e permetteva, allora come oggi, il vaticinio del passato e del futuro; si arrampicano a mani libere su rocce alte 30 metri, praticando Free Climbing e decidono di non buttarsi di sotto, potendo così continuare il viaggio. I due visitano il Perù, con le sue contraddizioni, la sua gente, i suoi paesaggi, la sua spettacolare varietà geoclimatica, la sua storia, e un "misero" mese di viaggio per queste terre è sicuramente abbastanza per dare un giudizio abbastanza oggettivo: il Perù è tra i paesi più affascinanti dell'America Latina, e perchè no, del mondo intero. Un paese dove la storia si ripete: corruzione, privatizzazione, gue