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INQUINAMENTO E FATTORI EVOLUTIVI. UNA FOLLE IDEA....
Una folle idea...
Beh, viva l'aria pura! C'è bisogno di ossigeno, per avere le idee lucide.
Eppure leggo che se, ai primordi della storia del nostro pianeta, vi fosse stata la stessa quantità di ossigeno che c'è ore, non si sarebbe potuta sviluppare la vita! E alcuni scienziati, guidati da un certo Dott. Doug Wallace, hanno studiato i mitocondri, organismi presenti in ogni cellula umana che sintetizzano l'ssigenoproducendo energia. Ebbene, hanno scoperto che l'ossigeno in eccesso è la causa dei radicali liberi, provoca danni per corrosione alle cellule così come l'ossigeno arrugginisce i metalli, e sarebbe questa la causa dell'invecchiamento biologico!!!
E se l'"inquinamento" non fosse poi un male? Suona un po strano, è vero, ma perchè non pensare che anche quello che è, relativamente al momento presente, un fattore negativo per la nostra salute, possa invece essere un fattore di sviluppo, di evoluzione? Mettiamola così: le grandi catastrofi planetarie hanno provocato estinzioni di massa di interi generi animali, permettendo lo sviluppo di altri. Non si tratta della legge darwiniana del "sopravvive il più forte" , quanto che sopravvive quello che si adatta al meglio alla condizione ambientale. Vedi l'uomo... Noi percepiamo l'inquinamento come qualcosa di dannoso. Eppure, la ipossigenazione è un fattore decisivo attraverso la quale, con la respirazione, i grandi mistici raggiungevano stati mentali superiori. Ora, a livello globale, non potremmo sfruttare la situazione perchè l'intera umanità possa raggiungere stati mentali superiori e raggiungere quella che potrebbe essere l'ultimo salto evolutivo dell'umanità in questi anni profettizzati come la fine dei tempi? L'idea è un po folle .....ma chissà!
D'altronde l'evoluzione dell'uomo è un avvenimento un po strano, nell'universo.
Come mai l'homo sapiens ha sviluppato l'intelligenza e la consapevolezza? E come mai è l'unico animale terrestre ad aver raggiunto questo traguardo? (forse anche i cetacei hanno questa capacità) .
"L'UOMO, IL DISADATTATO DELL'EVOLUZIONE"
di Alan Alford tratto da “Il mistero della genesi delle antiche civiltà”
Nel novembre 1859 Charles Darwin pubblicò un'idea pericolosissima : ipotizzò che tutte le creature viventi si sono evolute grazie a un processo di selezione naturale. Sebbene la dissertazione di Darwin non contenes¬se quasi alcun riferimento al genere umano, le implicazioni erano inevi¬tabili e condussero a un mutamento radicale nel modo che l'uomo ha di considerare se stesso. In un solo colpo Darwin ci trasformò da esseri creati da Dio a scimmie che si sono evolute grazie al freddo meccanismo della selezione naturale. Quest'idea era talmente pericolosa per l’establishment religioso, che nel 1925 un maestro di scuola del Tennessee, John Scopes, venne pro¬cessato con l'accusa di avere insegnato proprio la nuova "teoria dell'e¬voluzione" di Darwin. In quello che è rimasto un caso famoso, i teologi di allora riportarono una vittoria schiacciante. Ma poi il pensiero darvi¬nista si è preso delle belle rivincite. Non possono esserci molti dubbi sul fatto che gli odierni evoluzionisti, guidati con grande zelo da esponenti del rango di Richard Dawkins, stanno trionfando diatriba dopo diatriba. Questi scienziati hanno considerevolmente affinato la teoria di Darwin, e sono in grado di offrire prove sempre più approfondite del processo di selezione naturale. Adoperando esempi presi dal mondo animale hanno gettato discredito su tutta l'esposizione biblica riguardante la creazione. Ma gli scienziati hanno ragione quando applicano questo stesso concet¬to di evoluzione all'ominide a due gambe noto come uomo? Lo stesso Charles Darwin si mostrò stranamente reticente su questo punto, ma il suo collaboratore Alfred Wallace fu assai meno riluttante nelli'esporre le sue tesi. Wallace sospettò chiaramente un intervento di qualche sorta, e difatti dichiarò che «una qualche potenza intelligente ha guidato o determinato lo sviluppo dell'uomo». Un secolo di scienza non è riuscito a dimostrare che aveva torto. Gli antropologi hanno misera¬mente fallito nel loro tentativo di produrre testimonianze fossili del co¬siddetto "anello mancante" tra uomo e scimmia, e si è sempre più dovuto riconoscere la complessità di organi quali il cervello umano. È come se la scienza avesse chiuso il cerchio giungendo a un punto in cui molti scienziati si sentono a disagio a proposito della teoria evoluzionista riferita all ' Homo sapiens. Ed ecco allora un'altra idea pericolosa. Se interponiamo all'idea della creazione divina avvenuta in un ambito sovrannaturale l'ipotesi di una modifica migliorativa di tipo genetico operata sul piano fisico da dèi in carne e ossa, riescono gli evoluzionisti a superare indenni un dibattito razionale sul piano puramente scientifico? Oggi quattro americani su dieci hanno difficoltà a credere che gli uomi¬ni siano imparentati con le scimmie. Come mai? Provate a paragonarvi a uno scimpanzè! L'uomo è intelligente, ignudo e spiccatamente sessuale, una specie distinta dalle scimmie sue presunte parenti. Questa può anche essere un'osservazione intuitiva ma poggia in realtà su studi scientifici. Nel 1911 Sir Arthur Keith elencò le caratteristiche anatomiche peculiari per ciascuna delle specie dei primati e le chiamò "caratteri generici" di¬stintivi di ciascuna di esse. Ottenne i seguenti risultati: gorilla 75; scim¬panzè 109; orangutan 113; gibbone 116; uomo 312. Keith dimostrò così che il genere umano presenta caratteristiche distintive sue proprie in nu¬mero tre volte maggiore di qualsiasi altro primate. Ma come conciliare lo studio di Sir Arthur Keith con le risultanze scientifiche che dimostrano un 98% di analogie tra uomo e scimpanzè5? Vorrei capovolgere la domanda, e chiedere in quale modo una differenza del 2% nel dna può spiegare la stupefacente diversità tra l'uomo e i pri¬mati suoi "cugini". Dopo tutto, il cane condivide il 98% dei suoi geni con la volpe e le due specie si assomigliano moltissimo. Occorre in qualche modo capire come un mero 2% di diversità genetica possa spiegare la presenza, nel genere umano, di un così elevato numero di "valori aggiunti" il cervello, il linguaggio, la sessualità - tanto per lare qualche esempio. Inoltre, appare strano che l'Homo sapiens abbia soltanto 46 cromosomi mentre gli scimpanzè e i gorilla ne hanno 48". La teoria della selezione naturale è stata incapace di indicare come il fon¬dersi insieme di due cromosomi che costituirebbe un mutamento strut¬turale di primaria importanza - abbia potuto prodursi. È credibile che la selezione naturale, secondo un processo algoritmico casuale, abbia concentrato il nostro 2% dì mutazioni genetiche proprio nei settori più vantaggiosi? Francamente, sembra piuttosto assurdo. E un'idea che scaturisce dal paradigma secondo il quale, dato che esistiamo e dato che lo scimpanzè è il nostro parente genetico più prossimo, ne consegue che dobbiamo essere evoluti da un antenato comune a noi e allo scimpanzè. Ciò che non viene preso in considerazione, e che potrebbe invece spiegare l'estremamente mirato mutamento nel dna umano, è l'impensabile ipotesi di un intervento genetico.
Quando Darwin enunciò per la prima volta la sua teoria dell'evoluzione per selezione naturale, non poteva sapere il meccanismo che la rendeva possibile. Fu quasi un secolo dopo, nel 1953, che James Watson e Francis Crick scoprirono che quel meccanismo era costituito dal dna e dal¬l'ereditarietà genetica. Watson e Crick scopersero la struttura a doppia ellisse della molecola del dna, l'elemento chimico che racchiude il codi¬ce genetico. I ragazzi che oggi frequentano le scuole sanno che ciascuna cellula del corpo contiene 23 paia di cromosomi sui quali sono fissati centomila geni che costituiscono ciò che definiamo genoma umano. Le informazioni contenute in questi geni vengono a volte attivate per essere lette, altre volte no, a seconda della cellula e del tessuto (muscolo, osso o altro ancora) che dev'essere prodotto. Oggi possiamo capire anche le norme che regolano l'ereditarietà genetica, il cui principio base è la rior¬ganizzazione di metà dei geni materni e di metà di quelli paterni. Come può la genetica aiutarci a capire il darvinismo? Attualmente siamo in grado di comprendere che i nostri geni vengono sottoposti a mutazioni casuali a mano a mano che si trasmettono di generazione in generazione. Alcune di queste mutazioni sono negative, altre sono buone. Qualsiasi mutazioni che offra vantaggi alla sopravvivenza della specie prima o poi, lungo l'arco di moltissime generazioni, si diffonde in tutta la popolazione. Questo va a braccetto con l'idea darvinista della selezione naturale, cioè di una lotta incessante per esistere nell'ambito della quale gli organismi che meglio si adattano all'ambiente hanno più probabilità degli altri di sopravvivere. Grazie alla sopravvivenza diventa molto più probabile, da un punto di vista statistico, che i loro geni passino alle generazioni successive mediante il meccanismo della riproduzione sessuale. Una diffusa errata interpretazione della selezione naturale è che sia possibile ai geni modificarsi in meglio direttamente, reagendo all'ambiente e provocando modifiche ottimali dell'organismo. È ormai assodato, invece, che tali processi di adattamento sono in effetti mutazioni ca¬suali intervenute per adeguarsi all'ambiente e quindi per sopravvivere. Scrive Steve Jones, «noi siamo i prodotti dell'evoluzione, una se¬rie di errori che hanno avuto successo». Ma quanto è rapido il processo evolutivo? Tutti gli esperti concordano con l'idea base di Darwin, secondo cui la selezione naturale è un processo incessante e lentissimo. Oggi uno dei maggiori esponenti dell'idea evoluzionistica, Richard Dawkins, spiega: «...nessuno ritiene che l'evo¬luzione sia stata tanto instabile da inventare in un'unica fase un nuovo e fondamentale progetto per il corpo». Gli esperti ritengono che un grande balzo evolutivo, noto come macromutazione, abbia scarsissime probabilità di incontrare il successo, poiché probabilmente si rivelerebbe nocivo per la sopravvivenza di una specie che si è già bene adattata al proprio ambiente. Ci ritroviamo pertanto con un procedimento genetico casuale e con gli effetti cumulativi delle mutazioni genetiche. Ma anche queste mutazioni minori vengono considerate, di solito, nocive. Daniel Dennett illustra questo punto tracciando un'analogia: prendiamo il caso che si voglia rendere migliore un'opera letteraria classica introducendo un unico cambiamento tipografico, mentre la gran parte dei cambiamenti, per esempio le virgole omesse o gli errori di ortografia, avrebbero un effetto trascurabile, i cambiamenti visibili in quasi tutti i casi danneggerebbero iI testo originario. È raro, anche se non impossibile, che un cambiamento casuale possa invece migliorare il testo". Già le probabilità si schierano contro i miglioramenti genetici, ma va aggiunto un ulteriore fattore. Una mutazione positiva potrà attecchire soltanto se subentra in piccole popolazioni isolate. È il caso delle isole Galapagos, dove Charles Darwin portò avanti parecchie delle sue ricerche. Altrove, le mutazioni positive si sperderebbero e verrebbero diluite all'interno di popolazioni più ampie, e gli scienziati ammettono che il processo diverrebbe parecchio più lento. Se dunque l'evoluzione di una specie è un processo che si porta via molto tempo, allora la divisione di una specie in due specie diverse va vista come un processo ancor più lungo. La speciazione che Richard Dawkins ha descritto come «il lungo addio» - è definita come il punto dove due gruppi, all'interno di un'unica specie, non sono più in grado di incrociarsi per la riproduzione. Dawkins paragona i geni di specie di¬verse a fiumi di geni che scorrono attraverso il tempo per milioni di anni. La sorgente di tutti questi fiumi è il codice genetico, identico per tutti gli animali, piante e batteri che sono stati sin qui studiati. Il corpo dell'organismo muore presto ma, grazie alla riproduzione sessuale, fun¬ziona come un meccanismo che i geni possono adoperare per viaggiare attraverso il tempo. I geni che lavorano bene con altri geni, e che più contribuiscono alla sopravvivenza dei corpi attraverso cui passano, finiranno per prevalere nell'arco di diverse generazioni. Ma cosa fa sì che i fiumi, ovvero le specie, si dividano in due rami? Per citare Richard Dawkins: «I particolari sono controversi ma nessuno dubita che l'ingrediente più importante sia la casuale separazione geografica». Per quanto possa sembrare statisticamente improbabile che si determini una nuova specie, oggi sulla Terra ci sono qualcosa come 30 milioni di specie diverse e si stima che altri 3 miliardi di specie possono essersi estinte in passato. Eccezion fatta per i virus, l'evoluzione sembra rispondere a un processo incredibilmente lento. Recentemente, Daniel Dennett ha suggerito che un periodo di 100.000 anni per la formazione di una nuova specie animale verrebbe considerato "improvviso". Per contro, l'umile granchietto a ferro di cavallo è rimasto praticamente immutato per 200 milioni di anni. L'opinione comune è che un normale ritmo evolutivo stia nel mez¬zo. Per esempio, il famoso biologo Thomas Huxley ha dichiarato: Grandi mutazioni [nelle specie] avvengono lungo un arco di decine di milioni di anni, mentre quelli veramente importanti [i macromutazioni] hanno bisogno di qualcosa come un centinaio di milioni di anni circa. Ciò nonostante, si ritiene che l'uomo abbia potuto beneficiare non di una ma di parecchie macromutazioni nell'arco di appena 6 milioni di anni! In assenza di prove fossili ci troviamo ad avere a che fare con aspetti estremamente teorici. Ciò nonostante, in taluni casi la scienza moderna è riuscita a fornire spiegazioni plausibili di come un processo evolutivo graduale possa produrre quel che sembra essere un perfetto organo od organismo. Il caso più celebre è la simulazione al computer dell'evoluzione dell'occhio elaborata da Nilsson e Pelger. Prendendo l'avvio da una semplice fotocellula, a cui è stato consentito di intraprendere mutazioni casuali, il computer dì Nilsson e Pelger ha generato uno sviluppo plausibile, sino alla condizione di un obiettivo fotografico completo - in ciascuna fase intermedia è intervenuto un gradiente di cambiamento apportatore di un miglioramento. L'idea del cambiamento a gradiente - o incrementale - occupa una posizione centrale nel moderno modo di vedere l'evoluzione. Il punto chiave è questo: affinchè una mutazione possa diffondersi con successo in una popolazione, ciascuna fase sarà perfetta nella misura in cui ha biso¬gno di esserlo per offrire un margine dì sopravvivenza. Richard Dawkins adopera l'esempio dei ghepardi e delle antilopi per dimostrare come fun¬ziona la rivalità genetica. Il ghepardo sembra essere stato perfettamente progettato per seminare quante più morti possibili tra le antilopi, mentre le antilopi sembrano altrettanto ben progettate per evitare di morire ad opera del ghepardo. Ne risultano due specie in equilibrio, dove gli indi¬vidui più deboli muoiono ma dove, anche, entrambe le specie sopravvi¬vono. Questo principio venne spiegato per la prima volta da Alfred Wal-lace: «la natura non conferisce a una specie qualità che vanno oltre il fabbisogno per l'esistenza di ogni giorno». È la stessa situazione che ri¬scontriamo in una fitta foresta, dove su un lunghissimo periodo di tempo gli alberi si sono sviluppati in altezza facendosi concorrenza per la luce.
Secondo gli esperti, i fiumi dei geni umani e di quelli degli scimpanzè si divisero da una comune sorgente ancestrale tra i 5 e i 7 milioni di anni fa, e si ritiene che il fiume dei geni dei gorilla si sia ramificato dalla sorgente comune in un periodo di poco antecedente. Affinchè questa speciazione potesse avvenire, tre popolazioni di primati antenati comuni (i futuri gorilla, gli scimpanzè e gli ominidi) avrebbero dovuto dividersi geograficamente e pertanto essere soggette a deviazioni genetiche influenzate dai rispettivi diversi ambienti. La ricerca per l'anello mancante è in effetti la ricerca per l'ominide più antico, cioè per la scimmia antropomorfa capace di stare eretta e di deambulare su due piedi, la quale die¬de così il suo lungo addio ai compagni quadrupedi. Molti studiosi hanno una grande difficoltà ad accettare il fatto che i nostri parenti più prossimi siano gli scimpanzè, culturalmente così diversi da noi. Ma recenti studi hanno dimostrato che una particolare specie di scimpanzè pigmeo, nota come bonobo, ha un carattere straordinariamente simile a quello umano. Diversamente dalle altre scimmie, i bonobo sì accoppiano faccia a faccia, e hanno una vita sessuale che farebbe arros¬sire gli abitanti di Sodoma e Gomorra! Si ritiene che i bonobo si siano separati dalla specie degli scimpanzè 3 milioni di anni fa, e pare probabile che il nostro comune antenato, che ci collega alle scimmie, possa essersi comportato più come i bonobo che come gli scimpanzè. Ora mi proverò a riassumere brevemente ciò che sappiamo dell'evolu¬zione umana. La ricerca per l'anello mancante ha prodotto tutta una serie di contenden¬ti fossili al titolo, risalenti a circa 4 milioni di anni fa, ma il quadro rimane assai incompleto, e queste il campione è troppo limitato per poter trarre delle conclusioni statisticamente valide. Ci sono comunque tre contendenti per il titolo di primo ominide perfettamente bipede, tutti scoperti nella valle tettonica che attraversa l'Etiopia, il Kenya e la Tanzania. Il primo di questi contendenti, scoperto nel 1974 nella provincia etiope di Afar, si chiama Lucy; Il secondo contendente è l’Australopithecus ramidus, una creatura simile allo scimpanzè pigmeo, antica di 4,4 milioni di anni, scoperto in Etiopia dal professor Timothy White nel 1994. Nonostante, che lo scheletro sia completo al 70%, non è stato possibile dimostrare in modo categorico se avesse due o quattro gambe. Il terzo contendente, che risale a 4,1-3,9 milioni di anni fa, è l’Australopìthecus anamensis, scoperto nei pressi del lago Turkana in Kenya da| dottor Meave Leakey nell'agosto 1995. Le prove che si riferiscono ai nostri antenati più antichi provocano confusione, giacché non sembrano essere tra loro imparentati da vicino . AL'inspiegabile mancanza di prove fossili riguardanti i precedenti milioni di anni, hanno reso impossibile confermare in modo esatto la data di separazione dì questi primi ominidi dalle scimmie quadrupedi. E’ anche importante sottolineare che molti di questi fossili presentano crani simili più a quelli degli scimpanzè che non a quelli dell'uomo. Intorno a 1,5 milioni di anni fa comparve sulla scena l’Homo erectus: Questo ominide aveva una scatola cranica considerevolmente più ampia di quella dei suoi predecessori, e cominciò a concepire e ad adoperare utensili in pietra più sofisticati. Tutta una serie di fossili indica che gruppi di Homo erectus abbandonarono l'Africa e si sparpagliarono at¬traverso la Cina, l'Asia australe e l'Europa in un periodo che va da 1 mi¬lione a 700.000 anni fa; poi, inspiegabilmente, scomparve del tutto intorno a 300-200.000 anni fa. Procedendo per eliminazione, sussistono po¬chi dubbi che l’Homo sapiens discende da questo ceppo. Ma l'anello mancante rimane un mistero. Il «Sunday Times», nel 1995, riassunse così le prove a favore della teoria evoluzionistica: Gli stessi scienziati sono confusi. Una serie di scoperte recenti li ha costretti a buttare nel cestino le tabelle semplicistiche che sinora avevano utilizzato per stabilire gli anelli di congiunzione... il classico albero genealogico che indica la provenienza dell'uomo dalle scimmie, che abbiamo imparato a conoscere a scuola, ha ceduto il campo al concetto delle isole genetiche. Come queste isole siano collegate tra loro è un bell'indovinello. Quanto ai vari contendenti per il titolo di antenato del genere umano, sempre il «Sunday Times» dichiarò: II rapporto che hanno l’un con l'altro rimane avvolto nel mistero e nessuno ha definitivamente individuato in qualcuno di loro l'antico ominide da cui proviene l'Homo sapiens. La gara per trovare l'anello mancante prosegue. Antropologi rivali han¬no raccolto milioni di dollari per finanziare le loro ricerche. Con poste di questo genere, possono esserci pochi dubbi che prima o poi verrà annunciata una qualche scoperta risolutiva. Ciò nonostante, dobbiamo conservare il nostro senso della prospettiva. Come ha fatto presente un commentatore, non esiste garanzia alcuna che queste scoperte fossili abbiano davvero lasciato dei discendenti29. Le prove sono talmente scarse che se anche dovessero intervenire alcune nuove e sensazionali scoperte, gli scienziati continuerebbero comunque a dover rovistare in un bel pa¬gliaio. La storia dell'evoluzione del genere umano continuerà a starsene avvolta nelle nebbie. Solo una cosa appare chiara: i fossili che proven¬gono da 6 milioni a 1 milione di anni fa dimostrano che le ruote dell'e¬voluzione girano molto, molto lentamente.
Come mai l’Homo sapiens ha sviluppato l'intelligenza e la consapevo¬lezza di sé mentre le scimmie sue cugine hanno trascorso quanto meno 6 milioni di anni in uno stato di stagnazione evolutiva? Come mai nessun'altra creatura nel regno animale ha sviluppato un'intelligenza pro¬gredita? La risposta che viene comunemente data è che noi ci siamo messi ritti, liberando pertanto le braccia, e questo singolo fatto ci ha portato a utili¬zare degli utensili. Questo è stato un passo in avanti che ha reso più celere il nostro apprendimento grazie a un sistema di raccolta di "informa¬zioni di ritorno" stimolante per lo sviluppo mentale. Le più recenti ricerche scientifiche confermano effettivamente che processi elettrochimici possono talora stimolare la crescita di dendriti, i minuscoli ricettori di segnali che si attaccano ai neuroni (cellule nervose) . Esperimenti condotti su ratti hanno dimostrato un più ampio sviluppo della massa cere¬brale quando le gabbie sono non vuote bensì piene di giocattolini. Ma questa risposta è forse troppo semplice? I canguri, per esempio, so¬no estremamente abili nell’ usare gli arti e avrebbero potuto adoperare utensili, però non l'hanno mai fatto; inoltre, il regno animale è pieno di specie che adoperano utensili ma che non sono mai divenute intelligenti. Ecco qualche esempio: l'avvoltoio egiziano butta pietre contro le uova di struzzo per spezzarne il guscio molto resistente; il fringuello picchio delle Galapagos adopera stecchetti o spine di cactus in cinque modi di¬versi per estrarre insetti dagli alberi marcescenti; la lontra marina della costa del Pacifico, in Nordamerica, adopera una pietra come martello per sloggiare il suo alimento preferito, l'orecchia di mare, e adopera un'altra pietra come incudine per spezzare il guscio. Questi sono esempi di uso semplice di utensili, però non ci sono indica¬zioni che queste consuetudini stiano portando a chissà quali risultati. Anche i nostri parenti prossimi, gli scimpanzè, costruiscono e fanno uso di utensili semplici, ma la loro intelligenza non sta certo evolvendo al no¬stro livello. Ma allora, perché noi siamo diventati intelligenti e gli scimpanzè no? Forse il fatto che ci siamo messi eretti ha determinato tanta diversità? In genere gli antropologi concordano nel ritenere che un gruppo di scim¬mie deve avere abbandonato i propri cugini abitanti delle foreste per andarsene nella aperta savana, probabilmente sulla spinta di mutamenti climatici. Lì, il calore del Sole ha favorito mutazioni genetiche che hanno reso queste scimmie capaci di alzarsi sugli arti inferiori per proteggersi il cervello dalle elevate temperature che si sviluppano sulla superficie del terreno. La vulnerabilità di questi ominidi nella savana aperta può aver favorito mutazioni casuali nel cervello che hanno incrementato la possibilità di sopravvivenza grazie al ricorso all'astuzia. La nuova posizione eretta può anche aver provocato mutamenti fisici nell'evoluzione del cervello. I sostenitori della teoria del "radiatore cranico", quali il professore Dean Falk, sostengono che i resti fossili evidenziano un sistema occipitale marginale ingrandito, oltre che a minuti fori nel cranio noti come forame escretorio, i quali consentono alle vene di accedere al cranio e quindi al cervello. Si presume che questi mutamenti in qualche modo accelerato l'evoluzione dell'intelligenza. Ma questi cambiamenti non possono essere intervenuti da un giorno all'altro. E improbabile che un gruppo di scimmie sia diventata all'improvviso bipede, ciò le avrebbe rese meno agili e più vulnerabili nei confronti degli animali predatori. Come suggerisce un adagio popolare, «se metti un leone affamato, un uomo, uno scimpanzè, un babbuino e un cane in una grande gabbia, è ovvio che il primo a essere divorato sarà l'uomo» . Cosa ci dicono i ritrovamenti fossili a proposito delle nostre capacità ce¬ebrali in evoluzione? Purtroppo, questi dati fossili non soltanto sono scarsi, ma ci raccontano anche solo metà della storia. Si presume di solito che un cranio più grande significhi una capacità cranica più grande, e pertanto un cervello più grande ed efficiente. Questo può in linea generale anche essere vero, ma la dimensione non è tutto. Per esempio, provia¬mo a paragonare l'intelligenza sviluppata dal cervello di 5 kg dell'elefan¬te con il nostro, che pesa appena 1,5 kg circa. Se si guarda soltanto alle dimensioni si perde di vista il fatto che le migliorie possono provenire anche da un più efficace impianto di trasmissione. Una buona analogia la troviamo nel computer, che è stato perfezionato moltissimo nelle funzi¬ni soprattutto grazie a migliori software. Sfortunatamente, il nostro "software", costituito dai tessuti celebrali, non rimane lì disponibile per essere studiato dai paleoantropologi. Cosa ci attendiamo di vedere nell'evoluzione della capacità cranica? Secondo gli evoluzionisti, lo sviluppo del nostro cervello sarebbe avvenuto per gradienti, cioè si sarebbe avuta una modifica in meglio grazie a un numero estremamente elevato di piccolissime fasi. La selezione naturale avrebbe favorito soltanto quei geni capaci di determinare un incre¬mento nella produzione neurale utile ad ampliare il margine di sopravvi¬venza. Vedremmo allora i cambiamenti incrementali di dimensione ed efficienza andare a braccetto, o prima aumenterebbe l'efficienza sino a raggiungere un limite di capacità? Quest'ultima ipotesi parrebbe logica, ma la selezione naturale comprende una mutazione genetica casuale e non sempre ottiene i propri obiettivi seguendo la via più diretta. Comunque, a prescindere dalla via intrapresa, possiamo aspettarci un lentissimo aumento nelle dimensioni cerebrali e dunque nella capacità cranica. Vediamo ora di passare in rassegna le documentazioni fossili riguardo alla capacità cranica. I dati variano considerevolmente e vanno trattati con attenzione (giacché la dimensione della campionatura è limitata) , dunque quella che segue è una guida approssimativa. L'antico ominide Afarensis aveva circa 500 cc di capacità cranica, e Habilisi'Australopithecus qualcosa come 700 cc. Mentre non è affatto certo che uno sia il prodotto dell'al¬tro, è possibile vedere in questi due dati gli effetti evolutivi prodotti dal nuovo ambiente frequentato dagli ominidi nell'arco di 2 milioni di anni. Proseguendo nel tempo fino a 1,5 milioni di anni fa, ci imbattiamo in un improvviso balzo in avanti della capacità cranica di Homo erectus e arriviamo a 900-1000 cc. Se consideriamo, come fanno quasi tutti gli antropologi, la possibilità che questo balzo sia stato accompagnato da un aumento di intelligenza, esso rappresenta una macromutazione altamente improbabile. Alternativamente potremmo spiegare questa anomalia ve¬dendo néìVerectus una specie a se stante, i cui antenati non sono ancora slati trovati a motivo della scarsità di dati fossili. Alla fine, dopo essere sopravvìssuto da 1,2 a 1,3 milioni di anni senza nessun apparente cambiamento, e dopo essersi con successo diffuso dal¬l'Africa alla Cina, all'Australia e all'Europa, ecco che all'ominide Homo erectus succede qualcosa di straordinario. Forse a motivo dei mutamenti climatici, la sua popolazione comincia ad assottigliassi, sino a scompari¬re. E ciò nonostante, mentre la gran parte degli Homo erectus morivano, all'improvviso uno di loro si trasforma in Homo sapiens e palesa un grande incremento della capacità cranica, che passa dai 950 cc ai 1450 cc. È convinzione comune che siamo i discendenti di Homo erectus (da chi altro avremmo potuto discendere?) , ma l'improvviso mutamento sfida ogni legge conosciuta dell'evoluzione. Ecco allora che l'evoluzione ci appare come una clessidra, con una popo¬lazione di Homo erectus che diminuisce forse portando a un unico mutante, i cui geni modificati introducono a una nuova era di progresso senza prece¬denti. La trasformazione dal fallimento al successo è stupefacente. Mentre i darvinisti possono in questo caso individuare la piccola popolazione isolata richiesta, occorre d'altra parte un bello sforzo di immaginazione per crede¬re che il nostro antenato fosse un "superman super erectus" il quale all'improvviso aumenta la dimensione del proprio cervello del 50% Secondo me, i paleoantropologi stanno concentrando le loro ricerche sull'anello mancante nello spazio di tempo sbagliato. Continuiamo a leggere di ricerche per la scimmia nostra prima antenata, ma è l'anello mancante Super-Erectus che ci incuriosisce di più.
Nel lontano 1954 si pensava che l'ominide antenato del genere umano si fosse separato dalle scimmie 30 milioni di anni fa, e che si fosse quindi evoluto fase dopo fase sino ad assumere la forma che abbiamo attualmente. È un arco di tempo che da una chiara indicazione di quanti mil¬lenni avrebbero dovuto essere necessari al processo evolutivo. Ma in se¬guito alla scoperta che la separazione è avvenuta appena 6 milioni di anni fa, gli evoluzionisti sono stati costretti a prendere in considerazione un ritmo evolutivo molto più rapido per spiegare le nostra esistenza. L'altra scoperta sconcertante avvenuta dopo il 1954 è l'estrema lentezza del progresso evolutivo compiuto dall'Homo erectus e dai suoi predecessori sino a qualcosa come 200.000 anni fa. Gli antropologi hanno continuamente tentato di dimostrare un'evoluzione per gradienti da Homo erectus a Homo sapiens, sia pure con talune brusche fasi in avanti. Ma i tentativi che hanno compiuto per costringere i dati ad adeguarsi ai loro preconcetti sono stati sempre annullati dalle nuove indicazioni via via emerse. Per esempio, si riteneva originariamente che l’Homo sapiens anatomi¬camente moderno (l'Uomo di Cro-Magnon) fosse comparso soltanto 35 mila anni fa, e che fosse quindi disceso dall'Uomo di Neandertal e che si era estinto pressappoco nello stesso periodo. A quel tempo inter¬venne uno degli avvenimenti più drammatici della storia umana: l'Uomo di Cro-Magnon arrivò all'improvviso in Europa dove si costruì rifugi, si organizzò in clan, indossò pelli di animali per vestirsi e si procurò utensili e armi mediante l'uso di legno e ossa. E a questa fase dell'Homo sapiens che attribuiamo i bellissimi dipinti trovati nelle caverne per esem¬pio a Lascaux, in Francia, e che risalgono a 27.000 anni fa39. II nome Cro-Magnon proviene da quello della zona francese dove vennero per la pri¬ma volta scoperti i suoi resti. L'Uomo di Neandertal trae il suo nome dal luogo vicino a Dusseldorf dove nel 1856 vennero scoperti per la prima volta i suoi resti. F. Clark Howell e T. White, della Uni-versity of California a Berkeley, spiegano che «la totale e pressoché improvvisa scomparsa degli Uomini di Neandertal rimane uno degli enigmi e degli aspetti critici negli studi sull'evoluzione umana». Mentre taluni antropologi ritengono che geni del Neandertal siano oggi presenti in noi a motivo degli incroci con altri Homo sapiens, la mag¬gior parte di essi, come per esempio Chris Stringer del British Museum, pensano che si sia trattato di una specie a sé, che si è semplicemente estinta. Nonostante le diversità comportamentali, gli Uomini di Cro-Magnon europei non erano diversi, dal punto di vista anato¬mico, dall'Homo sapiens trovato in Vicino Oriente e che risale a 100 mi¬ioni di anni fa. Se oggi indossassero abiti moderni, sarebbe difficili di¬stinguerli dalle popolazioni attuali. Ormai appare anche chiaro che l’Homo sapiens non discende dall'Uomo di Neandertal come si era pensato. Diverse recenti scoperte in Israele hanno confermato, senz'ombra di dub¬bio che l’Homo sapiens è coesistito con gli Uomini di Neandertal tra i 100.000 e i 90.000 anni fa. Allora, qual è il nostro legame con l'Uomo di Neandertal? Siamo abi¬tuati a vederlo raffigurato nelle illustrazioni: il corpo è rozzo, ma tutto il resto, compresa la pelosità, è soltanto ipotesi. Lo scopo rimane quello dì darci l'impressione di una sequenza evolutiva ininterrotta. Le più recenti scoperte hanno portato a riconsiderare l'Uomo di Neandertal. In partico¬lare, i resti di un Uomo del Neandertal risalenti a 60.000 anni fa sono stati rinvenuti nella caverna di Kebara, sul monte Carmelo in Israele: presentavano un osso ioide praticamente identico a quello che oggi ab¬biamo. Poiché quest'osso consente all'uomo di parlare, gli scienziati sono stati costretti a concludere che il Neandertal aveva la capacità di esprimersi parlando. E molti scienziati considerano il linguaggio la chia¬ve del maggior balzo in avanti compiuto dal genere umano. La gran parte degli antropologi oggi riconosce che l'Uomo di Neandertal era un Homo sapiens a tutti gli effetti - per parecchio tempo fu l'e¬quivalente quanto a comportamento di altri Homo sapiens. È del tutto possibile che il Neandertal fosse altrettanto intelligente di noi oggi, e avesse il nostro aspetto. È stato suggerito che i rozzi e massicci linea¬menti evidenziati dai crani potevano essere provocati da disordini genetici simili all'acromegalia, che si sarebbero poi diffusi rapidamente in piccole e isolate popolazioni a motivo di incroci tra consanguinei. Grazie all'inoppugnabile datazione di resti di Uomini di Neandertal e Homo sapiens tra loro contemporanei, emerge una nuova teoria secondo la quale entrambi debbono essere discesi da un precedente Homo sapiens "arcaico". Sono stati travati numerosi fossili di questa cosiddetta specie arcaica, i quali evidenziano diversi aspetti di erectus primitivi e di anato¬mia umana moderna. Viene spesso dichiarato, nelle pubblicazioni, che questi esseri arcaici vissero intorno a 300.000 anni fa - ma, di nuovo, si tratta di mere supposizioni basate su piccole campionature, sui precon¬cetti e su un sostanziale tirare a indovinare. Ma quali sono i fatti veri? Nel 1989 si tenne un congresso su The Origins of Mode ni Adaptation, che trattò in modo specifico l'interfaccia arcaico-moderna. Riassumendo i risultati degli interventi, Erik Trinkhaus riferì che: II punto di accordo raggiunto nel corso del seminario è stato questo: a un certo punto del tardo Pleistocene [l'ultimo milione di anni], in un tempo relativamente breve di transizione, si verificò una trasformazione da creature arcaiche a esseri umani moderni - una trasformazione che si manifestò sia in ambito culturale sia in quello biologico... la trasformazione da essere umano arcaico a essere umano mo¬derno vide non soltanto una riorganizzazione del cervello e del corpo e un progres¬so nella lavorazione della pietra da tecnologia semplice a manufatti complessi ed eleganti, ma anche la prima comparsa di arte e di un simbolismo vero e proprio nonché la fioritura di sistemi linguistici formali. Erik Trinkhaus riferì che il tema più importante del seminario aveva ri¬guardato la distinzione tra creature umane tardo arcaiche e le prime mo¬derne, però sul periodo di questa trasformazione ebbe a dire che: ...il nostro controllo delle cronologie risulta ancora inadeguato per periodi prece¬denti ai limiti dalla datazione al radioearbonio (circa 35.000 anni Avanti il Presente) e da li, andando a ritroso, per la gran parte del Pleistocene mediano. Un seminario analogo tenutosi nel 1992 si concentrò anch'esso sulla questione della transizione dall'arcaico al moderno. Una delle relazioni comprendeva il seguente commento: «La cronologia di questa transizio¬ne va oltre l'arco del C14 e pertanto ha avuto bisogno dell'impiego di una batteria di nuove tecniche di datazione». Le diverse relazioni presentate al seminario vennero pubblicate da Aitken, Stringer e Mellars nel 1993. Si concentravano in modo partico¬lare sui migliorati metodi di datazione cronologica. Vennero riportati progressi importanti in un ampio arco di nuove tecnologie di datazione, che utilizzano l'uranio, la luminescenza (termale o ottica) e I'esr (Elec¬tron Spin Resonance) - ma ciascuno di questi metodi palesa varie limita¬zioni nelle diverse circostanze. Ciò nonostante, vennero presentate molte datazioni attendibili basate su questi metodi (piuttosto che radioearbonio e C14) . Significativamente, venne riferito che tutti i fossili degli arcaici erano datati precariamente e non potevano essere comprovati da nessuna delle nuove tecnologie. Quanto ai moderni; la data definitiva e affidabile più antica veniva fatta risalire a 120.000-110.000 anni Avanti il Presente (ap) , per ritrovamenti effettui a Qafzeh in Israele. Nessuna delle altre date pubblicate da quel prestigioso gruppo di scienziati era antecedente ai 200.000 ap. La data della comparsa dei moderni poteva essere ipotizzata all'interno di un enorme arco di tempo, vale a dire dai 500.000 ai 200.000 anni ap. Questa è la reale situazione delle conoscenze scientifiche sull'argomen¬to. Non esiste prova che un Homo sapiens arcaico sia esistito 300.000 .inni fa, né esiste prova che l'Uomo di Neandertal risalga a 230.000 anni fa. La realtà è che i fossili di Homo sapiens compaiono all'improvviso nell'arco degli ultimi 200.000 anni, senza nessuna chiara indicazione circa le loro origini. L'Atlas of Ancient Archaeology riassume la situazione così: «La storia contemporanea di Homo sapiens (sapiens) rimane oscura... pochissimo sappiamo dell'approccio a uno dei grandi momenti di svolta della nostra storia globale»4*. Intanto, Roger Lewin, scrivendo nel 1984 affermava: «L'origine di creature umane perfettamente moderne, segnalate dal nome di sottospe¬cie Homo sapiens (sapiens) , rimane uno dei grandi arcani della Paleon¬tologia». La comparsa dell’Homo sapiens è assai più di un indovinello sconcer¬tante; statisticamente, è quasi una impossibilità. Dopo milioni di anni di progressi trascurabilissimi che lo hanno visto utilizzare utensili di pietra, l’Homo sapiens all'improvviso, circa 200.000 anni fa, emerse presentan¬do una capacità cranica cresciuta del 50% e con la capacità di parlare e una anatomia piuttosto moderna. Per motivi mai spiegati, continuò a vi¬vere in uno stato primitivo, adoperando per altri 160.000 anni utensili di pietra. Poi, 40.000 anni fa è sembrato attraversare quella che potremo definire una transizione verso un comportamento moderno. Dopo essere andato verso settentrione, 13.000 anni fa si diffuse in quasi tutto il piane-la. Dopo altri mille anni scoprì l'agricoltura, e 6000 anni dopo formò delle grandi civiltà dotate di conoscenze astronomiche molto progredite - ed eccoci qua dopo altri 6000 anni a scrutare le profondità del sistema solare. Il quadro che abbiamo appena descritto pare del tutto improbabile e contraddice platealmente tutto ciò che abbiamo capito in fatto di teoria evoluzionistica intesa come un processo lento e graduale. II buon senso ci dice che sarebbe stato necessario un altro milione di anni perché l’Ho¬mo sapiens potesse emanciparsi dall'uso di utensili di pietra all'uso di altri materiali, e forse altri 100 milioni di anni perché potesse impadro¬nirsi della matematica, dell1 ingegneria e dell'astronomia.
Negli ultimi dieci anni gli scienziati hanno impiegato nuove tecnologie per la formazione di immagini (quali la tomografia a emissione di posi¬troni) allo scopo di saperne più che mai a proposito del cervello umano. Risulta sempre più evidente la complessità dei suoi miliardi di cellule. Oltre alla complessità fisica del cervello, anche il suo funzionamento non sembra conoscere limiti - matematica e arte, pensiero astratto e con¬cettualismo e, soprattutto, la coscienza morale e la consapevolezza di sé. Se molti dei segreti del cervello umano rimangono avvolti nel mistero, ne sono stati svelati abbastanza da spingere il «National Geographic» a descriverlo come «l'oggetto più complesso che sia conosciuto nell'uni¬verso conosciuto». Gli evoluzionisti vedono nel cervello nulla più d'una serie di algorit¬mi, ma sono costretti ad ammettere che esso è talmente unico e com¬plesso che non esiste possibilità di ripercorrere i processi evolutivi che l'hanno creato. Per questi motivi, sono i filosofi che tendono a porsi al¬l'avanguardia nella formulazione delle teorie riguardanti l'evoluzione del cervello. I teologi, a loro volta, hanno avuto di che brindare alla scoperta che il cervello umano è un organo talmente complesso e perfetto. Ma, lascian¬do in disparte le teorie irrazionali che si riferiscono alla creazione divina, come possiamo sconfessare la teoria di una evoluzione graduale? Dopo tutto, non possiamo sottoporre i primi ominidi a dei test sul loro quo¬ziente di intelligenza. E nemmeno possiamo valutare la loro intelligenza basandoci semplicemente sul loro comportamento, poiché è del tutto possibile avere un livello di intelligenza molto sviluppato senza per que¬sto adottare la cultura materialistica che caratterizza la nostra odierna ci¬viltà. Per fortuna possiamo appoggiarci a una buona dose di logica basa¬ta sul buon senso, un approccio che è stato talora impiegato dal celebre Richard Dawkins. II cervello umano si presenta alla nascita approssimativamente un quar¬to più piccolo del cervello di un adulto. La necessità di disporre di un cranio grande per ospitare il cervello adulto fa sì che i bambini, quando nascono, abbiano delle teste particolarmente grosse (se paragonate ad altri primati) . Far passare la testa del bambino nel canale di na¬scita è dunque uno degli aspetti più difficili, nei parti, e provoca dolori lancinanti alle madri. Molti biologi, ginecologi e anatomisti considerano un mistero il motivo per cui la femmina non abbia sviluppato un canale di nascita più ampio. La risposta è semplice: progettazione. Un mutamento del genere avrebbe richiesto una radicale riprogettazìone della struttura ossea, cosa impossibile in un corpo che era stato progettato per un bipede in grado di cam¬minare. Il canale di nascita è dunque il fattore che limita la capacità Cranica dell'uomo. Se andiamo indietro nel tempo di centinaia di migliaia di anni, a un'e¬poca in cui non esistevano ospedali o levatrici, non ci riuscirà difficile capire come mai un gran numero di neonati siano venuti alla luce morti, oppure perché molti parti abbiano provocato il decesso delle madri. Ap¬pare quindi estremamente dubbio che sia stata la selezione naturale a fa¬vorire un gene responsabile dell'incremento nelle dimensioni del cervel¬lo, poiché potenzialmente questa innovazione avrebbe avuto conseguen¬ze nocive sia per la madre sia per i neonati. Per dirla in parole semplici, Un gene siffatto non avrebbe incontrato alcuna possibilità di diffondersi. E’ assai più probabile, piuttosto, che la selezione naturale avrebbe deselezionato il cervello più grande, sviluppando invece un sistema neurale migliore o, alternativamente, un modo per far aumentare la scatola cranica non nel periodo prenatale bensì dopo la nascita. II fatto che ciò non sia accaduto e che il sistema neurale alla base del funzionamento celebrale appaia altamente efficiente, indica con forza due requisiti evolutivi essenziali. Primo, un periodo incredibilmente lun¬go; e poi un pressante bisogno di svilupparne il massimo potenziale. Nessuno di questi due requisiti trova riscontro nelle circostanze evoluti¬ve assodate. Gli evoluzionisti moderni concordano sul fatto che la selezione natura¬li- accetta tendenze migliorative sul piano fisico nella misura in cui sono necessarie alla sopravvivenza. Il ghepardo e l'antilope, di cui ho già det¬to, sono tipici del mondo di Richard Dawkins, dove il progresso scaturi¬sce da una costruttiva tensione tra le specie, un equilibrio critico tra so¬pravvivenza ed estinzione. Stando a questo quadro, i geni che producono linoni cervelli vengono favoriti dalla selezione naturale unicamente in quanto indispensabili alla sopravvivenza. Richard Dawkins illustra questo punto raccontando come il magnate dell'industria automobilistica Henry Ford istruisse il proprio staff a pas¬sare in rassegna i depositi di rottame per scoprire le componenti del "mo¬dello T" che non si erano deteriorate; poi, queste componenti venivano riprogettate secondo standard dì qualità inferiori. Secondo Dawkins, il medesimo principio si applica all'evoluzione per selezione naturale. Vale la pena citare Dawkins, giacché poi replicheremo alle sue asserzioni: È del tutto possibile che una componente di un animale risulti troppo buona, possiamo allora attenderci che la selezione naturale favorisca uno scadimento della qualità sino a un livello, ma non oltre, di equilibrio con la qualità delle altre compo¬nenti del medesimo corpo. Ecco dunque l'aspetto decisivo dell'evoluzionismo. Per quanto effi¬ciente possa essere il cervello, la creatura media umana l'adopera in mi¬nima parte. Allora, come spiega Dawkins tutta la sovrabbondanza di qualità nel cervello umano? Quale utile apporto alla sopravvivenza è da¬to dall'abilità musicale e matematica dei nostri antenati cacciatori? Gli evoluzionisti risponderanno che gli algoritmi del cervello non so¬no stati sviluppati per la musica e la matematica, ma "predisposti" per altri scopi. Nessuno, però, riesce a spiegare quali potessero essere que¬sti altri scopi che hanno portato a sviluppare un elevatissimo grado di capacità mentale. Alfred Wallace, il collega di Charles Darwin, rico¬nobbe chiaramente questa contraddizione quando scrisse: «Uno stru¬mento [il cervello umano] è stato sviluppato in anticipo sui bisogni del suo possessore». Se arretriamo di un milione di anni sino al tempo in cui l'uomo lottava per sopravvivere, come può Richard Dawkins spiegare una evoluzione che sembra aver favorito lo sviluppo di talenti non essenziali quali la ca¬pacità di fare arte, musica e alla matematica? Come mai il cervello, che doveva essere quanto meno già evoluto parzialmente, non ha beneficiato di nessuno dei talenti immediatamente utili alla sopravvivenza, quali un olfatto sviluppato, la visione a raggi infrarossi, un miglior udito ecc? La teoria dell'evoluzione dovrebbe poter spiegare tutto, ma chiaramente non spiega il cervello umano. Ecco perché alcuni prestigiosi scienziati moderni hanno cominciato a ricercare un diverso meccanismo per la se¬lezione naturale". Alfred Wallace per primo avviò questo dibattito quan¬do espresse il sospetto che un altro fattore, «un qualche sconosciuto ele¬mento spirituale», fosse necessario per spiegare gli insoliti talenti del¬l'uomo per l'arte e per la scienza. L'ultimo chiodo da conficcare nella bara degli evoluzionisti è questo: chi era il contendente che costrinse il cervello dell'Homo sapiens a evol¬vere a tali estremi di dimensione e di complessità? Quale rivale costrinse la capacità intellettuale dell'Homo sapiens a proporsi come essenziale elemento di sopravvivenza? Chi dovevamo vincere in astuzia? La spiegazione sta forse nella competitivita all'interno della specie? Nell'epoca moderna i nostri successi più importanti, quali i viaggi spa¬ziali o le armi nucleari, derivano dalla concorrenza tra superpotenze. Forse che l'uomo primitivo si divise in gruppi rivali? Può essere che l'Uomo di Neandertal rappresentasse una minaccia per il suo simile Ho¬mo sapiensi Al contrario, le prove indicano che l'Uomo di Neandertal e l'Uomo di Cro-Magnon coesistettero pacificamente. Scoperte fatte nella taverna di St. Cesaire in Francia mostrano che vissero vicini per mi¬gliaia di anni, senza mai scontrarsi. Inoltre, i primi ominidi continuarono .ad adoperare semplici utensili di pietra per milioni di anni fino a circa '00.000 anni fa - non c'è segno di una escalation nell'uso degli utensili provocata da conflitti all'interno della specie. In assenza, dunque, di un rivale intellettuale collocabile nel giusto arco di tempo, lo scenario evo¬lutivo per il cervello umano rimane completamente non plausibile.
Molti scienziati ritengono che il linguaggio costituisca la chiave per spiegare il grande balzo in avanti compiuto da noi uomini, giacché ci concede, unici nel creato, di comunicare e di trasferire idee ed esperien¬ze da una generazione all'altra. Fino a poco tempo fa, questo balzo in avanti veniva attribuito ai mutamenti comportamentali che si verificaro-no in abbondanza in Europa intorno a 40.000 anni fa. Poi, nel 1983, si ebbe la traumatica scoperta dell'osso ioide dell'Uomo di Neandertal, an-lico di 60.000 anni, a cui ho già accennato, il quale osso dimostra come l’Huomo fosse in grado di parlare. L'origine delle capacità di linguaggio dell'uomo rimangono un argo¬mento controverso, e sollevano più interrogativi che risposte. Daniel Dennett riassume così questa situazione confusa: “i lavori portati avanti dai neuroanatomisti e dagli psicolinguisti hanno mostrato clic i nostri cervelli presentano aspetti assenti nei cervelli dei nostri più prossimi pa-ivnti ancora in esistenza, aspetti che hanno avuto un ruolo cruciale nella percezione r nella produzione del linguaggio. Ci sono opinioni diversissime su quando, negli ullimi sei milioni di anni circa, la nostra stirpe acquisì questi aspetti, in quale ordine i perché”. Quasi tutti gli scienziati ritengono ormai che l’Homo sapiens fosse dotatoo della capacità di parlare sin dai suoi esordi. Studi compiuti sul dna mitocondrio (mtDNA) suggeriscono che, data l'ampia diffusione attuale della capacità di parlare, essa deve essersi sviluppata da una mutazione genetica nel "mitocondrio Èva" (mtDNA Èva) , 200.000 anni fa . Il lavoro pionieristico compiuto da Noam Chomsky mostra che i neo¬nati ereditano geneticamente un'innata e assai progredita struttura del linguaggio. Secondo la recente e applauditissima teoria di Chomsky sul¬la grammatica universale, il bimbo è capace di azionare in modo subconscio alcune leve per capire e per parlare il linguaggio dei genitori, qualsiasi sia la parte del mondo in cui possa nascere. È altamente signifi¬cativo che Chomsky, la massima autorità mondiale di scienza linguisti¬ca, non riesca a comprendere come il sistema di acquisizione del lin¬guaggio umano possa essersi evoluto per selezione naturale*1. Uno dei massimi evoluzionisti, Stephen Jay Gould, riconosce le diffi¬coltà riguardanti l'evoluzione del linguaggio ammettendo che si è tratta¬to di uno sviluppo anomalo o casuale: Gli universi del linguaggio sono così diversi da qualsiasi altra cosa presente in na¬tura, e così anomali nella struttura, da indicare che la loro origine vada considerata un prodotto derivato della maggior capacità celebrale, e non come un semplice pro¬gresso nell'ambito di una continuità dai grugniti ancestrali e dalla gestualità. Perché l'uomo ha acquisito capacità linguistiche tanto sofisticate? Stan¬do alla teoria darvinista, pochi grugniti sarebbero sufficienti per l'esi¬stenza di ogni giorno, ma eccoci qua ormai con più di ventisei suoni del¬l'alfabeto e un vocabolario medio di 25.000 parole. Oltre tutto, l'abilità a parlare non era un obiettivo semplice o scontato per la selezione naturale. La capacità di parola dell'uomo risiede sia nella forma sia nella struttura della bocca e della gola, oltre che nel cervello. Negli uomini adulti la laringe è situata più in basso che in al¬tri mammiferi e l'epiglottide (la protuberanza cartilaginosa alla radice della lingua) non raggiunge la superficie superiore della bocca. Pertan¬to, non possiamo né respirare né deglutire contemporaneamente se non vogliamo rischiare di rimanere soffocati, pericolo che noi solo corria¬mo. Questo insieme di caratteristiche che non ha riscontri in altre crea¬ture può avere un unico scopo: rendere possibile il linguaggio umano. In tutti gli altri aspetti è uno svantaggio evolutivo. A parte il rischio di rimanere soffocati, provoca complicazioni ai denti, tanto che, prima dell'avvento degli antibiotici, i molari intasati da elementi tossici si r velavano sovente un problema fatale. Se è difficile ripercorrere, spie¬gandolo, lo sviluppo del cervello e della sua capacità di acquisire il lin¬guaggio, è altrettanto difficile ripercorrere lo sviluppo della capacità di parola. Torniamo ancora una volta al mistero del cervello umano. Ci viene chiesto di credere che, in appena sei milioni di anni, la selezione naturale ha fatto sì che il nostro cervello potesse espandersi fino ai limiti fisici del canale di nascita. Un bel ritmo, per quanto riguarda l'evoluzione. E, nel contempo, il cervello ha acquisito una struttura incredibilmente effi¬ciente con capacità anni luce distanti dai nostri bisogni di sopravvivenza quotidiana. Scrive Arthur Koestler: «La corteccia celebrale degli ominidi si sviluppò negli ultimi 500.000 anni... con una rapidità esplosiva, per quanto ne sappiamo senza precedenti». E qui ci troviamo di fronte al più grande mistero fra tutti. Ci viene indi¬cato che non dovremmo avere acquisito l'intelligenza da un giorno all'al¬tro, e che l'evoluzione procede a un passo assai lento. Pertanto, se arre¬triamo di uno o due milioni di anni dovremmo trovare delle creature semi Intelligenti, che adoperano le loro nuove capacità per sperimentare forme primitive di scrittura, di arte allo stato elementare e di moltiplicazioni aritmetiche semplici. Invece, non c'è niente. Senza eccezione alcuna, tut¬te le testimonianze trovate indicano che l'uomo continuò ad adoperare i suoi semplicissimi strumenti di pietra per sei milioni di anni, nonostante linimento della sua capacità cranica. Questo è un fatto curioso ed estremamente contraddittorio. Abbiamo diritto a una spiegazione migliore.
Vorrei concludere la mia rassegna riguardante l'uomo, questo disadat¬tato dell'evoluzione, richiamando l'attenzione su alcuni altri misteri e su ulne tabelle di marcia del tutto improbabili. Esiste per prima cosa il mistero del pelo scomparso. Alcuni antropologi sostengono che noi creature umane continuiamo a essere ricoperti di sot¬tile peluria, ma sono asserzioni che eludono il problema. Nel suo studio assai approfondito, La scimmia nuda, Desmond Morris sottolinea pro¬prio questa strana anomalia: Dal punto di vista funzionale, siamo completamente nudi e la nostra epidermide è inutilmente esposta al mondo esterno. È una situazione che deve ancora essere spiegata, a prescindere da quanti sottilissimi peli sia possibile contare utilizzando una lennte di ingrandimento. Morris mise a confronto YHomo sapiens con 4237 specie di mammiferi, la grande maggioranza delle quali pelose o parzialmente ta¬li, Le uniche specie non pelose erano quelle che vivono oppure specie aquatiche quelle ricoperte di armature quali l'armadillo. Morris commenta: La scimmia nuda [l'uomo] è dunque l'unica caratterizzata dalla sua nudità rispetto a migliaia di mammiferi terrestri pelosi, irsuti o ricoperti di pelliccia... se i peli han¬no dovuto scomparire, deve sicuramente esserci un motivo importantissimo II darvinismo non ha ancora offerto una risposta soddisfacente sul come e sul perché l'uomo abbia perduto la sua pelosità. Sono state suggerite le teorie più fantasiose, ma nessuno ha presentato una spiegazione veramen¬te accettabile. L'unica conclusione che possiamo trarre, e che si basa sul principio del mutamento per fasi successive, è che l'uomo ha trascorso un lungo periodo di tempo evolvendo in acqua o in ambienti molto caldi. Un altro fattore caratterizzante il genere umano può forse darci un indi¬zio sui motivi della perdita di pelosità: la sessualità. Quest'argomento è stato spiegato in modo assai coinvolgente da Desmond Morris, il quale ha messo in luce caratteristiche umane uniche, quali i lunghi giochi ses¬suali, la copulazione protratta e l'orgasmo. Una anomalia assai partico¬lare la troviamo nel fatto che la femmina umana è sempre "in calore", ma può concepire soltanto pochi giorni al mese. Come Jared Diamond ha indicato, si tratta di un enigma evolutivo che non può essere spiegato ricorrendo alla selezione naturale: II problema più dibattuto per ciò che concerne l'evoluzione della riproduzione umana, consiste nel riuscire a spiegare come mai ci siamo comunque ritrovati con una ovulazione nascosta, e quali benefici possiamo trarre dalle nostre copulazioni asincrone. Molti scienziati hanno anche commentato l'anomalia del pene maschi¬le, di gran lunga il pene eretto più grande di qualsiasi primate vivente | | |